Economia

Corea del Nord: esperimenti di libero mercato per tenere a galla il regime

Negoziare con Pyongyang è difficile perché Kim Jong Un, grazie al capitalismo, ha oggi le risorse sufficienti per auto-finanziarsi

Pyongyang, Corea del Nord

17 luglio 2016. Barche a remi lungo il corso del fiume Taedong a Pyongyang, in Corea del Nord. – Credits: ED JONES/AFP/Getty Images

Il rischio che l'escalation di tensioni nella penisola coreana degeneri in una guerra nucleare non è ancora stato escluso. Anzi, mentre il presidente americano Donald Trump prova ad esplorare la strada del dialogo (dopo aver tuttavia spostato alcune navi della Marina Militare nelle acque adiacenti alla Corea del Nord e dopo aver completato lo spiegamento del sistema antimissilistico Thaad in Corea del Sud), confermando la propria disponibilità per un incontro al vertice con il giovane dittatore Kim Jong Un, quest'ultimo, forse disperato, forse no, cerca di alzare la posta in gioco arrestando cittadini americani temporaneamente residenti in Corea del Nord nel tentativo di costringere Washington a fare qualche passo indietro, o qualche concessione sottobanco.

La difficoltà di trovare una soluzione per l'attuale crisi coreana non dipende solo dal fatto che le regole del gioco di Pyongyang dipendano dagli umori del giovane Kim, ma anche dalla capacità sempre minore di paesi come Cina, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud di influenzarlo.

Il peso delle pressioni economiche

I coreanisti di tutto il mondo si sono sempre trovati d'accordo su un punto: per dialogare con Pyongyang è necessario offrire al dittatore di turno importanti vantaggi economici. Questo perché la stabilità del regime dipende dalla capacità di quest'ultimo di rimanere in piedi e, contemporaneamente, far rimanere a galla l'intero paese.

Quando Kim Jong Un ha sostituito il padre nel 2011, la Corea del Nord stava attraversando un periodo di grandi difficoltà. La qualità della vita era, se possibile, calata ulteriormente, il paese era sull'orlo dell'ennesima carestia, e il malcontento palpabile, oltre che generalizzato. Una condizione, questa, che ha portato la comunità internazionale a ipotizzare che, approfittando del cambiamento al vertice, sarebbe stato possibile, se non favorire una progressiva apertura del paese, quanto meno iniziare un dialogo che portasse a una convivenza pacifica nella regione. Utilizzando gli aiuti economici come pedina di scambio.

L'impatto delle sanzioni economiche

Da quando è scoppiata l'ennesima crisi, la comunità internazionale si è rivolta alla Cina per convincerla a fare pressioni su Pyongyang evitando così di ritrovarsi a gestire a un'escalation potenzialmente incontrollabile. I motivi per cui tutti hanno pensato che senza Pechino sarebbe stato impossibile arrivare a una soluzione sono due: la storica amicizia che lega Cina e Corea del Nord sin dai tempi di Mao, e il forte sostegno economico che la Repubblica popolare ha sempre garantito al regime proprio per evitarne il crollo, riducendo così le probabilità di doversi accollare le conseguenze politiche ed economiche di un esodo di massa di profughi.

In effetti, la Cina è stata spesso criticata per aver "boicottato" la linea internazionale contro la Corea del Nord non accettando di imporre al regime sanzioni economiche sufficientemente forti per costringerlo a riprendere la strada del dialogo e della moderazione. Tuttavia, per quanto sia difficile negare che la Cina ha tenuto conto solo dei propri interessi strategici nel relazionarsi con Pyongyang, è altrettanto vero che Pechino non è più in grado di orientare scelte e umori degli esponenti della famiglia Kim. E il modo in cui la crisi attuale sta degenerando lo confermano.

La Corea del Nord è economicamente autosufficiente?

Il nodo della questione non sta tanto nell'irrazionalità di Kim Jong Un, nell'imprevedibilità di Donald Trump o nella linea moderata di Xi Jinping. Il problema è che Pyongyang, oggi, dipende molto meno dall'estero rispetto al passato, e questo l'ha resa più autonoma nelle sue decisioni.

Il New York Times ha ragione a ricordare che raccogliere dati economici affidabili sulla Corea del Nord è molto difficile. Tuttavia, le testimonianze dei profughi confermano che negli ultimi cinque anni sono cambiate molte cose. A Pyogyang ci sono sempre più automobili, ristoranti, mercati, negozi e grattacieli, grazie all'intraprendenza di una nuova classe di uomini d'affari che sta facendo fortuna anche grazie alla protezione del Partito. 

Attenzione: la Corea del Nord non è diventata un paese ricco, ma di certo ha ricominciato a crescere. Le stime più affidabili parlano di un tasso di sviluppo che oscilla tra l'1 e il 5 per cento. Quanto basta per permettere a Kim di essere percepito come un uomo di parola. Nel 2013 aveva promesso al paese che non avrebbe più sofferto la fame, e che la Corea del Nord sarebbe diventata una grande potenza nucleare. Ebbene, l'economia cresce, le persone stanno meglio, e il resto del mondo sta cercando di mettere Pyongyang all'angolo perché spaventato dal suo arsenale nucleare. Meglio di così!

Libero mercato alla coreana

Secondo fonti sudcoreane, il commercio in Corea del Nord sarebbe sempre più diffuso, e il miglioramento complessivo della qualità della vita nel paese dipenderebbe proprio dalla libertà concessa agli operatori economici di vendere i surplus di produzione, indipendentemente dal fatto che si tratti di derrate agricole o di capi d'abbigliamento, scarpe, saponette o piatti.

Pare poi che dai profitti generati da questa apertura economica dipenda ora la sopravvivenza dello stesso regime: Cha Moon Seok, una ricercatrice sudcoreana, ritiene che il Governo riesca a raccogliere una media di 220mila dollari di tasse al giorno dai mercati nordcoreani. Non solo: consapevole dell'esistenza di un florido mercato nero, Pyongyang avrebbe dato l'ordine a tutti gli agenti di scovare e arrestare chi non vende i propri prodotti nei luoghi autorizzati...a meno che i colpevoli non si mostrino pentiti e pronti a commerciare in maniera legale.

I limiti dell'apertura di Kim Jong Un

Se tutto questo è vero e, soprattutto, se il regime è oggi nella condizione di potersi sostenere da solo, allora è evidente che la strada delle sanzioni internazionali non è più percorribile. Questo però non significa che non esistano punti deboli su cui fare pressione. Il primo è questa rivoluzione nello stile di vita, che potrebbe, ma sono nel lungo periodo, mettere in discussione il regime. Le strutture di accoglienza dei disertori che operano in Corea del Sud ammettono che, negli ultimi tempi, chi scappa dal Nord non lo fa per fame o per paura, ma perché ha capito che la qualità della vita al di là del confine può essere molto migliore. E questa consapevolezza è certamente un'arma molto utile da usare contro il regime. Il secondo è invece legato alla disponibilità di capitali. Kim ha bisogno di soldi per continuare i suoi esperimenti economici, e quelli che può raccogliere nel paese non sono sufficienti. Fino ad oggi è riuscito a mantenersi anche grazie all'appoggio di investitori stranieri, e non soltanto cinesi. Chiudere il rubinetto degli aiuti finanziari potrebbe essere un buon modo per provare a farlo ragionare.

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