La liquidità delle banche: rischi e opportunità

Con la Brexit le banche centrali continuano a iniettare soldi nel sistema. Ecco perchè il sistema può avvitarsi su se stesso

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In un precedente articolo ho avanzato l’ipotesi che la data dell’asta dei fondi della BCE, fissata nella stessa settimana del voto inglese, non fosse casuale.

Sta di fatto che a marzo, quando venne annunciata la nuova misura di fondi per le banche, il Presidente della BCE Mario Draghi spiegò che si trattava di fondi destinati a sostenere le imprese. Ho più volte esposto in modo scettico sul punto il mio pensiero. Vi fornisco alcuni dati al riguardo.

Intanto, dobbiamo distinguere tra il QE (Quantitative Easing), che pure fu salutato da certi organi di informazione come uno strumento di sostegno della “ripresa” (e che invece serviva a stabilizzare l’area “Euro” comperando i titoli di Stato) dalle misure per le imprese (denominate LTROs e più recentemente TLTROs). Da anni sento illustri opinionisti dire che queste misure aumentano il credito alle imprese.

Bene, stiamo ai dati.

Secondo il rapporto “Europa, finanza, imprese, famiglie”, realizzato dal Centro Studi di Unimpresa, esaminando gli esiti della aste della BCE da dicembre 2013 ad aprile 2016 si osserva che i nostri istituti bancari hanno ricevuto dalla Banca Centrale Europea circa 793 miliardi di euro (per le sole operazioni LTROs e TLTROs).

Poiché sono stati complessivamente prestati 2.290 miliardi di euro dalla BCE al sistema bancario europeo, ne deriva da un rapido conto che oltre un terzo (34,6%) dei fondi europei sono stati presi da banche italiane. Se la teoria del trasferimento all’economia reale avesse un fondamento, le nostre piccole imprese avrebbero dovuto scoppiare di liquidità, poiché un terzo della liquidità europea destinata alle imprese è arrivata alle banche italiane.

Ebbene, nel periodo considerato, in circa 16 mesi, i finanziamenti a breve verso le imprese sono calati (di oltre il 10%) passando da 305 a 272 miliardi, con una riduzione complessiva quindi di oltre 30 miliardi. Personalmente, il dato non mi stupisce affatto; già ne scrivevo in termini scettici prima che le manovre fossero attuate. Le ragioni sono ovvie: il credito è un bene scambiato su un mercato e come tutti i mercati è comandato dalle regole della domanda e dell’offerta.

In un sistema in cui le regole dell’offerta sono diventate più restrittive e in cui l’assenza di politiche economiche impedisce alle imprese di avere una domanda sana, la sola politica monetaria non poteva che essere – come è stata – un totale fallimento. Non lo dico io, ma lo dicono i mercati che, non casualmente, penalizzano in modo prioritario le banche, e segnatamente le banche italiane. Quindi, la Brexit non è altro che uno dei molti detonatori di un sistema in bolla, gonfiato, drogato.

Invece di parlare di economia reale, la politica lascia che la finanza tenti, con manovre come questa, di continuare a versare benzina in un motore ingolfato, continuando a gettare liquidità nel sistema, come stanno dichiarando le banche centrali in questi giorni. Tutta quella liquidità serve solo a manovre finanziarie e a stabilizzare il sistema, non certo a sostenere la crescite di una domanda che, a ben vedere, non è soddisfatta. Una piccola impresa italiana non deve illudersi del fatto che le banche italiane siano piene di liquidità. Una liquidità che, a ben vedere, con una politica di tassi negativi, alla lunga non può che avvitare il sistema su se stesso.
A partire dai fallimentari bilanci delle banche.

Anche di questo parleremo, a piccole imprese e liberi professionisti italiani, a Panorama d’Italia, giovedì 30 giugno, a Ravenna, a Palazzo Rasponi, per spiegare loro che non conta quanta liquidità ci sarà sul sistema.
Conta – per una piccola impresa italiana - riuscire a essere tra le poche in grado di ottenerla.

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