Brexit e banche: così quelle italiane si sono riempite di liquidità

Lo stesso giorno del referendum, si sono riempite di 22 miliardi su 30 di nuovi finanziamenti BCE. Un caso o un'operazione studiata?

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La sede della Bce a Francoforte – Credits: iStock

Qualcuno penserà che non ci sia alcun nesso, ma alcuni giorni fa c’è stata la nuova Asta Tltro 2 (targeted long term refinancing operations), guarda caso fissata esattamente nella stessa settimana del voto inglese il 23 giugno.

In pratica, si tratta di operazioni di rifinanziamento a lungo termine, cioè di prestiti “mirati” a lungo rimborso.

La prima asta di questo tipo, annunciata da Francoforte dal Presidente della BCE Mario Draghi, si è tenuta a marzo. La motivazione ufficiale era quella di ridar fiato all’economia e spingere l’inflazione.

Ora, verrebbe da chiedersi perché insistano su questa strada, dato che la prima edizione servì solo a finanziare l’acquisto di titoli pubblici (Ltro) e che la successiva, benchè “targeted”, cioè finalizzata alle imprese, aveva già ottenuto un risultato pressochè pari a zero in termini di rilancio di economia e di inflazione, come noto.

Sta di fatto che di soldi ne sono girati, e tanti. In tutta l’eurozona, 514 banche hanno fatto richieste per quasi 400 miliari a quattro anni, mentre sono stati rimborsati 368 miliardi che facevano parte della prima operazione (Tltro1). Insomma, poco più di 30 miliardi di nuovi prestiti alle banche, a fronte dei 50 che ci si aspettava, in termini di saldo netto. E quali banche hanno preso, per la maggioranza, questi fondi messi a disposizione dalla Banca Centrale Europea?

Le banche italiane.

Basti pensare che dei 30 miliardi di nuovi prestiti alle banche, quasi 22 in tutta Europa sono andati a banche italiane, e in particolare a 13 primari istituti (che hanno rinegoziato oltre 110 miliardi).

Insomma, le banche italiane sono quelle che, in tutta Europa, si sono buttate a pesce sui fondi per crediti “targeted”, cioè destinati alle imprese. Va precisato che sono denari in prestito alle banche non solo a costo zero, ma negativo. In pratica, vi è un meccanismo di premio per il quale se una banca presta più soldi ottiene un tasso addirittura negativo (ovvero -0,4%), garantito se la banca farà crescere il valore di questi prestiti del 2,5% entro un anno e mezzo (fine gennaio 2018).

Se guardiamo ai saldi tra richiesta e rimborso, troviamo in testa Intesa Sanpaolo con un aumento di esposizione verso la BCE di 8,4 miliardi, e Unicredit con un aumento di 8,3 miliardi. Al terzo posto MPS, con un saldo in crescita di 1,45 miliardi, ma hanno fatto provvista anche Banco Popolare, Ubi Banca, Bper, Banca popolare di Milano, ICCREA e altri.

Insomma, tutte le maggiori banche italiane sono corse a far la spesa di fondi a costo zero o negativo.
Quei fondi cambieranno l’economia reale?
Non lo credo affatto, per complesse ragioni che argomenterò in un prossimo articolo.
In questo, voglio invece farvi notare che, il giorno in cui scrivo, si temono forti contraccolpi sul sistema bancario italiano. Quei fondi incideranno, ancora una volta, sul solo circuito finanziario.

Da che mondo è mondo il vero problema del sistema, l’assillo delle banche centrali, è infatti la crisi della liquidità cioè la crisi del cosiddetto “interbancario”. Esplose così in Italia il “credit crunch” con la crisi del 2008, quando una banca italiana chiuse i cordoni della propria borsa ad altre.
Quando è carente la liquidità, in situazione di tensione aumenta la sfiducia, e questo può creare il panico.

E così, casualmente, nella stessa settimana del voto inglese le banche italiane facevano ampia provvista di fondi da mamma BCE, diventando ancora più liquide.
Siamo così sicuri che qualcuno, al di là dei rassicuranti sondaggi e delle propagandistiche dichiarazioni, non fosse già a marzo a conoscenza di un altissimo rischio Brexit?
Ne parleremo a Ravenna, con Panorama d’Italia, giovedì 30 giugno.

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