Tasse, tante promesse poche risposte

Una sindrome da “passata è la tempesta” si è impadronita della politica italiana. O forse è la politica, con le sue antenne orientate allo spirito del tempo, a percepire il senso di sollievo che circola tra la gente. L’euro non …Leggi tutto

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Una sindrome da “passata è la tempesta” si è impadronita della politica italiana. O forse è la politica, con le sue antenne orientate allo spirito del tempo, a percepire il senso di sollievo che circola tra la gente. L’euro non è crollato, i mercati finanziari hanno stipulato una tregua, sia pur armata, con le loro vittime (i debiti sovrani di Italia e Spagna), il baratro fiscale americano è stato superato con un compromesso (non risolve i problemi, viene scritto dalle solite cassandre, ma intanto ha risolto quel problema). Insomma, il 2013 si è aperto con il sole. E s’odono già “augelli far festa”, per non mollare la metafora leopardiana.

I cinguettii più acuti riguardano, ça va sans dire, le tasse. Mario Monti, che ha appena scoperto twitter ma non ha certo l’aria di un canarino, sostiene che le imposte si possono ridurre. Adesso sì, prima no. Perché lo spread è sceso sotto quota 300 e ciò fa risparmiare una bella manciata di miliardi alle finanze pubbliche. Promessa da marinaio? Vedremo, ma bisogna ammettere che lo aveva annunciato, sia pur con la sua solita cautela, prima di “salire” in politica.

Si può ridurre anche l’Imu? Perché no. D’altra parte, passerà ai comuni e saranno cavoli dei sindaci. Silvio Berlusconi, che ha fatto dell’imposta sulla prima casa il suo bersaglio numero uno, ha già promesso di toglierla se vince, compensandola con varie gabelle (per esempio sugli alcolici). Quanto a Pier Luigi Bersani, anche lui ha parlato di una revisione. La patrimoniale sugli immobili (chiamiamola con il suo vero nome) vale 24 miliardi. Ma solo tre provengono dall’abitazione principale, secondo le stime del Tesoro. Visti i conti, c’è da chiedersi a questo punto perché tanto fracasso. Si è fatta una gran cagnara per una tassa il cui gettito è modesto, ma il cui significato sociale è decisamente punitivo. C’è una logica in questa follia?

Attorno alle imposte viene sollevato a sinistra, a destra e al centro, un polverone tanto fitto da coprire il nocciolo della questione. Le stesse agende e agendine delle varie formazioni politiche aumentano la confusione. Monti ha detto a Sky Tg24 che potrebbe anche ridurre l’aliquota Irpef sui redditi più bassi e rinviare del tutto l’aumento dell’Iva previsto a luglio (un altro punto percentuale). Ma non era la proposta presentata con la legge finanziaria e poi fatta cadere dallo stesso presidente del Consiglio? “Ridurre le tasse? Chiedete a Vittorio Grilli”, rispose a un cronista considerato impertinente.

Bersani ha annunciato una stangata sulle grandi fortune alla Hollande (con il rischio che si smonti ancor peggio del soufflé francese) e un intervento sul lavoro che assomiglia al cuneo fiscale di Romano Prodi il cui sollievo per imprese e operai non si è proprio visto. Chi ha i capelli bianchi, del resto, ricorda l’era della fiscalizzazione degli oneri sociali (in sostanza una parte dei contributi pagati da aziende e dipendenti finivano a carico dello stato) che non ha impedito all’industria italiana di sgretolarsi e ristagnare.

Nichi Vendola vuol mandare “all’inferno” i ricchi. Susanna Camusso, segretario della Cgil, propone di usare la patrimonialona per finanziare una politica industriale, nuova quanto indeterminata. Però, il Pd non può tirarsi indietro di fronte all’idea di dare sollievo ai ceti più poveri, pena essere tacciato di sudditanza ai sindacati e alla Confindustria.

Monti dice che gli spazi per ridurre le imposte aumentano a mano a mano che viene tagliata la spesa. In teoria ha ragione, in pratica una parte di quei risparmi servono a intaccare i duemila miliardi di debito, visto che il professore non crede molto alla possibilità di vendere quote significative del patrimonio pubblico in tempi brevi. Se poi andiamo a vedere che cosa ha fruttato finora la spending review messa in mano a un gran conoscitore del bilancio pubblico come Piero Giarda e a un gran tagliatore di teste e di spese come Enrico Bondi, troviamo appena una decina di miliardi di euro, forse 12 se tutto va bene, a fronte di 800 miliardi di uscite dello stato. Colpa delle resistenze corporative e delle liti in Parlamento, dice ancora l’ex presidente del Consiglio. E certamente ha ragione. Il paradosso è che non ha avuto problemi a farsi votare il pacchetto sulle tasse e quello sulle pensioni. La spesa, invece, rimane il grande tabù. Perché è lei il cemento del consenso politico ed elettorale. Detto questo, un taglio dell’uno virgola qualcosa per cento è al di sotto delle possibilità, oltre che delle aspettative.

La tempesta sarà pure passata (anche se nessuno scommette che nuove bufere non covino all’orizzonte), tuttavia il debito pubblico non è stato messo “in sicurezza”, anzi continua a crescere. La strategia degli annunci, dunque, non funziona. Anzi, rischia di trasformarsi in un boomerang. La gente ha voglia di convincersi che siamo fuori dal tunnel ed è pronta a rimettersi in moto; però nessuno abbocca se l’esca puzza di fasullo lontano un miglio. I candidati a guidare il prossimo governo, in conclusione, sono invitati a dire qualcosa di concreto e realistico (con tanto di lista del dare e avere) o a tacere del tutto.

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