Tasse, spese, crescita: Mario contro Mario

Mario versus Mario? Più crescita, meno spese, meno tasse. Secondo Mario Draghi è questo il triangolo benefico che può far uscire l’Italia dalla crisi. Eppure, non è quel che il governo sta facendo. Giovedì 15 novembre, il presidente della Banca …Leggi tutto

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Mario versus Mario? Più crescita, meno spese, meno tasse. Secondo Mario Draghi è questo il triangolo benefico che può far uscire l’Italia dalla crisi. Eppure, non è quel che il governo sta facendo. Giovedì 15 novembre, il presidente della Banca centrale europea ha inaugurato l’anno accademico alla Bocconi con una lezione che è non ha fatto piacere a Mario Monti.

La cerimonia gli è andata addirittura di traverso quando ha sentito lodare Alberto Alesina, l’economista che non ha mai smesso di criticare il governo dei tecnici perché ha fatto troppo poco dal lato della spesa e troppo dal lato delle entrate. Sabato, è toccato a Monti parlare nella “sua” università e il professore non si è lasciato scappare l’occasione per beccare indirettamente i suoi critici: “Al mio governo darei un voto meno buono di quello che mi dicono gli osservatori stranieri, meno cattivo di quello che mi dicono gli economisti, specie se bocconiani”, ha replicato il presidente del Consiglio con il sarcasmo al quale ormai ci ha abituati.

Ma ecco cosa ha detto Draghi: “Il consolidamento fiscale ideale è quello che riduce il deficit e il debito con le minori conseguenze negative sul prodotto di un paese. L’evidenza prevalente indica che esso deve essere centrato su riduzioni di spesa corrente e non su aumenti di tasse. Anche chi non condivide questa impostazione è però d’accordo sul fatto che è essenziale che il processo sia percepito come credibile, irreversibile e strutturale perché abbia effetto sugli spread sovrani e che le condizioni di stabilità dei prezzi e dei mercati finanziari siano tali da non ostacolare il consolidamento fiscale”. Parlando a braccio, il presidente della Bce ha aggiunto: “Come suggerisce il professor Alesina”.

Chi non condivide questa impostazione? Certamente Angela Merkel. E di fatto lo stesso Monti che ha agito, invece, soprattutto sulla leva delle imposte. Tra i due Mario le occasioni di confronto non sono mancate e non mancheranno. Sugli eurobond. Sugli interventi della Bce a sostegno dei titoli pubblici. Sulla proposta di trasformare il fondo salva stati in una sorta di banca (respinta da Draghi prima ancora che dalla Merkel). Due tenori italiani sui teatri d’Europa? Anche. Ma soprattutto due strategie di politica economica.

Monti in gioventù era un monetarista, uno dei primi in Italia e Guido Carli nelle sue memorie racconta di quando andava in Banca d’Italia e chiedeva di rimpiazzare il modello econometrico di stampo neokeynesiano costruito da Modigliani e Fazio, con il paradigma monetario basato sulle tre M (M1, M2, M3). Draghi nasce alla scuola di Federico Caffè, un keynesiano di sinistra, ha come mentore Carli, passa buona parte della sua carriera nell’amministrazione dello Stato. Dalla sua ha anche la Banca d’Italia di Ignazio Visco e Fabrizio Saccomanni i quali hanno insistito più volte, e recentemente, sulla necessità di cambiare l’asse della politica economica adottando il triangolo magico meno spese, meno tasse, più crescita.

Dunque, non sono solo punzecchiature o rivalità accademiche. Il Fondo monetario internazionale, nel suo ultimo rapporto ha puntato il dito contro una politica di austerità che è andata oltre misura e ha provocato effetti eccessivi, inattesi e controproducenti. Il Fmi ha fatto autocritica e ha riconosciuto che è stato sottovalutato il moltiplicatore fiscale. Non è vero, cioè che una stangata pari a un punto di prodotto lordo provoca una riduzione della crescita di mezzo punto, secondo quel che mostrano i modelli tradizionali.

Dopo la crisi del 2008, nelle condizioni attuali di politica monetaria con tassi a zero, di fronte a un generale calo di sfiducia e ad aspettative decrescenti, una stretta dell’un per cento provoca una recessione superiore a un punto di pil, in alcuni casi vicina a un punto e mezzo. Una tale riduzione della crescita, a sua volta peggiora il deficit e il debito pubblico. A dimostrazione di questo, il Fmi esamina il caso dell’Italia dopo il 1992. Le analisi degli economisti guidati da Olivier Blanchard hanno sollevato una vivace discussione, ma solo tra gli esperti. I politici hanno fatto orecchie da mercante, cominciare dai tecnici. In Germania Wolfgang Schäuble ha polemizzando aspramente. Ma questo è normale. Stupisce, invece, che in Italia nessuno abbia preso lo studio del Fmi come l’occasione per un cambio di marcia.

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