Sawiris? Per Telecom meglio azionisti solidi e stabili

A ogni cambio di stagione politica, Telecom cambia padrone, pardon azionista di riferimento. Ha cominciato nel 1997 Romano Prodi affidando l’ex monopolista pubblico al nocciolino duro che faceva perno su Umberto Agnelli. Poi due anni dopo, arriva a palazzo Chigi …Leggi tutto

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La maschera del faraone Tutankhamon, Naguib Sawiris il magante egiziano che vuole entrare in Telecom Italia viene definito "il faraone" (Credits: SILVIO FIORE/LAPRESSE)

A ogni cambio di stagione politica, Telecom cambia padrone, pardon azionista di riferimento. Ha cominciato nel 1997 Romano Prodi affidando l’ex monopolista pubblico al nocciolino duro che faceva perno su Umberto Agnelli. Poi due anni dopo, arriva a palazzo Chigi Massimo D’Alema e benedice la scalata dei “capitali coraggiosi”. Siamo nel 2001, il governo Amato è agli sgoccioli ed ecco Marco Tronchetti Provera, mentre con il Prodi bis nel 2007 ritorna in sella Franco Bernabè che aveva perso la battaglia con Roberto Colaninno.

Adesso comincia un nuovo ciclo elettorale e la plancia di comando cambia ancora. Come? Si è fatto avanti Naguib Sawiris, l’ex proprietario di Wind, detto il Faraone, uno degli uomini più ricchi d’Egitto e tra i primi cento al mondo. Mette sul piatto fino a 4-5 miliardi di nuove azioni, pari a poco meno del 30% così non è costretto a lanciare un’opa. Dunque un aumento di capitale e soldi freschi. Il tutto con una compita lettera al top management, insomma, seguendo il galateo.

Si presenta, dunque, come cavaliere bianco a sostegno di Bernabè? O è il cavallo di Troia per un partner ben più potente e minaccioso come Carlos Slim, il magnate messicano patron di America Movil e numero uno al mondo per ricchezza privata? Slim aveva già provato ad entrare nel 2007 insieme all’americana At&T e il Sole 24 Ore prende sul serio la possibilità che cerchi la rivincita. Il quotidiano della Confindustria lancia un appello agli attuali azionisti: muovetevi, mettete mano al portafogli, altrimenti vi sfilano “la roba”.

Telco, la holding di controllo, è divisa tra la spagnola Telefonica e la trojka bancario-assicurativa Mediobanca-Generali-Intesa. La compagnia iberica è da tempo scontenta del proprio investimento. Guardando ai conti e alle performance industriali, non si può dargli torto. E dalla Spagna sull’orlo del salvataggio europeo, oggi è difficile che arrivino nuovi capitali.

Quanto ai soci italiani, debbono guardarsi le spalle mentre circola aria di grandi rimescolamenti di carte nel salotto buono. Il loro valore in borsa è crollato. La fusione Intesa-Unicredit non si fa, però sembra solo un rinvio. Dunque, ben venga chi porta energie fresche.

Ma Sawiris da dove tira fuori i quattrini? E quanti? Anche qui le notizie sono incomplete. La vendita di Wind al russo Mikhail Fridman valeva 6,5 miliardi, ma solo uno e mezzo è in contanti. Il resto consiste in azioni del gruppo Wimpelcom che il Faraone sta vendendo a spizzichi. Dunque, quante sono le disponibilità vere di Sawiris? Non è che va ad aggiungere nuovi debiti in un gruppo sul quale pesa qualcosa come 40 miliardi?

Bernabé ha presentato la proposta al consiglio di amministrazione sperando che Telecom possa uscire da questo soffocante impasse. Generali e Telefonica agitano il fantasma di Slim. Mediobanca e Intesa attendono e tacciono. Il ministro Corrado Passera, anzi, è contento che arrivino “investitori istituzionali” (alimentando così la tesi del cavaliere bianco). Il governo per ora non si mette di traverso. Lo farà il Copasir presieduto da Massimo D’Alema che si sta occupando sul rischio scalate ai grandi gruppi italiani? Telecom, come hanno dimostrato le inchieste sulle intercettazioni, è un investimento sensibile; anche ai fini della sicurezza nazionale.

E la nuova Iri, alias Cassa depositi e prestiti? Sta trattando lo scorporo della rete, da affidare a una nuova società nella quale Telecom sarebbe l’azionista principale. Il nuovo scenario, però, rimette tutto in discussione. C’è chi evoca l’intervento della Cdp a difesa dell’italianità. Tutte le altre compagnie telefoniche sono straniere, ma anche perché capitalisti e finanzieri nazionali se le sono vendute.

Nemmeno l’operazione Wind (l’acquisizione da Enel, la gestione, la vendita) è stata un capolavoro di trasparenza e di efficienza. E Sawiris è un businessman a caccia di affari, più che un mago delle onde. Di che cosa ha bisogno Telecom, di un tricolore o di capitali? Il colosso dai piedi d’argilla rischia di franare se non trova presto azionisti solidi e stabili in grado di finanziare il suo sviluppo, che sappiano resistere ai cicli economici e ancor più a quelli politici.

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