Perché non scende in piazza il popolo del Sì?

Le reazioni prevalenti sono di sollievo: è stato evitato il peggio, si dice. Certo, al peggio non c’è mai fine, ma due milioni di danni, sei arresti e una trentina di feriti non è esattamente un bene. Il popolo del …Leggi tutto

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Le reazioni prevalenti sono di sollievo: è stato evitato il peggio, si dice. Certo, al peggio non c’è mai fine, ma due milioni di danni, sei arresti e una trentina di feriti non è esattamente un bene. Il popolo del No ha messo nel suo carniere un altro week end di lotta e di propaganda. I giornali sono pieni di distinguo. Attenzione, i violenti sono una piccola minoranza. In piazza c’era una folla arrabbiata, ma tranquilla. “Abbiamo cacciato i black bloc”, dicono al Corriere della sera alcuni dei giovani accampati a porta Pia. E poi, dopo questa orgogliosa manifestazione di self control (un tempo si chiamava vigilanza democratica) spiegano allo stesso cronista la loro idea di politica. Leggiamo: “I cassonetti incendiati, le bombe carta contro i poliziotti, le vetrine sfasciate delle banche, i lanci di sassi, sono pratiche di lotta”. E ancora: “La violenza è altrove, sta nei palazzi marci, si chiama capitalismo”. Il più sincero è Francesco del Coordinamento romano di lotta per la casa: “Non ci sono buoni o cattivi, è inutile e sbagliato fare distinzioni”. Questa è la verità, il resto è fumo negli occhi, una cortina per gonzi e radical chic.

Il nuovo antagonismo è il frutto di un endemico ribellismo che ha riciclato uomini (sia pur invecchiati) e idee degli anni ’70, mescolando tutto in una maionese che il più delle volte impazzisce. La Tav, il Muos, le case, la disoccupazione persino (la più drammatica conseguenza della crisi) diventano le occasioni che di volta in volta la storia offre loro. I più acculturati citano Giorgio Agamben e il suo “stato d’eccezione”. E proclamano: “ciò che per voi è illegale per noi è illegittimo”. Dimenticando che il concetto fu introdotto da Carl Schmitt uno dei più importanti filosofi della politica nel secolo scorso, il quale non era esattamente di sinistra ed era sinceramente anti-democratico. La sovranità, cioè la fonte del potere, non sta nel popolo e non viene definita dal voto, ma proprio da “chi comanda nello stato d’eccezione”, cioè quando il diritto è sospeso e con esso i meccanismi legali del consenso e del governo. E’ Schmitt a distinguere tra legittimità e legalità e a definire lo stato d’eccezione come “Stato totale per energia” contrapposto allo Stato debole liberal-democratico. Esso si realizza pienamente, ça va sans dire, nel Terzo Reich. Un’altra dimostrazione che estrema destra ed estrema sinistra sono alleate più di quel che si pensi anche sul piano delle idee.

Se questo è il contesto, allora appaiono davvero sorprendenti le moderate e modeste reazioni dei mass media, dei politici, di guru e pensatori che hanno una opinione su ogni futilità, ma evidentemente temono di esprimerne una quando sono in gioco questioni di fondo e il gioco si fa davvero duro. Ridurre il popolo del No a una manifestazione grosso modo folkloristica, gioire perché il 19 ottobre 2013 a Roma è stato un po’ meglio del 15 ottobre 2011, è una dimostrazione di cecità se non di ignavia. Soprattutto lo è la rinuncia a condurre una battaglia di idee non solo perché convincere è meglio che reprimere, ma anche perché la maggioranza democratica del paese ha il dovere di non restare in silenzio.  A meno che le classi dirigenti in senso lato (politiche, economiche, intellettuali) non vogliano dare un altro esempio di “sovversivismo dall’alto”.

E’ il timore espresso da un gruppo di donne e uomini che lavorano in vari campi, dall’industria ai media alla politica, i quali hanno dato vita nei giorni scorsi a un Comitato di liberazione dal No. Alla vigilia della manifestazione romana hanno lanciato un appello che vuol essere l’inizio di una campagna di informazione (o meglio sarebbe dire contro-informazione vista l’eco che gli argomenti del No hanno sui giornali e soprattutto nelle televisioni)  non limitata alla Tav, ma estesa all’intera “cultura del No” la quale, scrive il comitato, “produce effetti gravi, contribuendo ad espellere dall’Italia ogni cultura del rischio, dell’intrapresa, della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica, della libertà di ricercare il benessere  derivante dall’impresa e dal  lavoro. Le classi dirigenti, le élite, scendono continuamente a patti con questa cultura rendendosene consapevolmente prigioniere sperando di trarne qualche beneficio”. Propositi di anime belle? Può darsi. Ma invece di lamentarsi o, peggio, lisciare la bestia per paura di essere sbranati, meglio cominciare a far qualcosa per affermare la cultura del Sì che, nell’Italia di oggi, non è acquiescenza o consenso, ma vuol dire cambiamento e riforme.

 

 

 

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