Obama 2, ecco la sfida all’Europa

Distratti da altri eventi, epocali come le dimissioni di papa Benedetto XVI, stagionali come Sanremo, periodici come le elezioni politiche, è sfuggito ai più il discorso di Barack Obama sullo stato dell’Unione che apre il secondo mandato e delinea la …Leggi tutto

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Distratti da altri eventi, epocali come le dimissioni di papa Benedetto XVI, stagionali come Sanremo, periodici come le elezioni politiche, è sfuggito ai più il discorso di Barack Obama sullo stato dell’Unione che apre il secondo mandato e delinea la sua presidenza nei prossimi anni. Una presidenza progressista (ha parlato di unioni gay, ha insistito sul limite alle armi da fuoco), interventista in economia (aumento del salario minimo a 9 euro l’ora e in generale “smarter government”, uno stato più intelligente, terza via tra il meno stato della destra repubblicana e il più stato della sinistra democratica), infine una presidenza liberoscambista. Sì, ed è proprio quest’ultimo il punto che dovrebbe farci più contenti, se saremo pronti a reagire. Finora i candidati non se ne sono accorti, ma chiunque vincerà dovrà adeguarsi eccome. Di che si tratta?

Il presidente ha annunciato, come asse strategico della sua politica internazionale, la creazione di un’area di libero scambio tra Nord America e Unione europea. Le trattative sono già a uno stadio avanzato, a livello tecnico. Si tratta di chiuderle entro l’anno e far partire nel 2014 un progetto colossale che vede insieme, senza più tariffe o barriere protezionistiche le due aree del mondo più ricche e più sviluppate, con un potenziale industriale e mercantile senza pari rispetto al quale la Cina impallidisce. Sono 33 mila miliardi di dollari, poco meno della metà di quanto produce il mondo intero (la Cina è a 7.500, il Giappone a 5.900, l’Italia 2.200).

Secondo gli studi più aggiornati, l’impatto sarebbe notevole sullo sviluppo e sull’occupazione. Togliendo gli ultimi ostacoli agli scambi il vantaggio per l’Unione europea avrebbe almeno un punto in più di crescita annua con un aumento di 180 miliardi di dollari in scambi transatlantici. Per l’Italia è un’occasione d’oro. Nonostante un euro sopravalutato e alti tassi d’interesse per la crisi dello spread e la stretta creditizia, le imprese italiane hanno aumentato la loro quota di commercio mondiale nei paesi extra euro e in particolare in Nord America. La fine di ogni dazio e tariffa potrebbe rappresentare un’altra spinta importante. Non solo, il rifiuto di svalutazioni competitive come strumento di concorrenza sleale dovrebbe spingere a una maggiore stabilità nei rapporti di cambio euro-dollaro. Non un’unica area monetaria, ma due monete che cooperano tra loro.

L’Unione europea deve risolvere una serie di questioni spinose, perché il mercato interno non è ancora completo, nei servizi, nelle banche, nelle infrastrutture. I paesi che oggi stanno meglio, come la Germania, resistono a ridurre i propri squilibri e chiedono agli altri di farlo per primi. Più in generale, la Ue deve imboccare fino in fondo la strada di una maggiore integrazione, altrimenti verrà spiazzata dal dinamismo e dall’energia americana.

Un NA-EUFTA come viene chiamato (North American European Union Free Trade Agreement) richiede che l’Italia metta il proprio sistema economico in condizione di poter cogliere l’occasione. Questo pone un problema fiscale (per esempio le tasse sulle imprese sono nettamente superiori a quelle tedesche, provocando così uno svantaggio competitivo), un problema finanziario (le banche non finanziano più come prima e non lo faranno di qui ai prossimi anni, quindi occorre mettere le imprese in condizione di cercare altri canali), un problema di infrastrutture fisiche, di certezza giuridica (metà dei gruppi quotati in borsa sono sotto una vera e propria tagliola giudiziaria, una quota che solleva inquietanti interrogativi), di stabilità sociale e competitività (il governo delle aziende e una gestione consensuale dei rapporti di lavoro sono fattori essenziali).

Ecco un’agenda per il prossimo governo, si potrebbe dire, un’agenda da economia reale che guarda all’industria, ma non solo perché i servizi e la pubblica amministrazione sono le due grandi palle al piede che influiscono in modo determinante sulla bassa produttività del sistema Italia. Rimuovere quegli ostacoli è compito di uno stato più intelligente. “Gli americani non si aspettano che il governo risolva tutti i loro problemi”, ha detto Obama rivolgendosi ai membri del Congresso, “ma essi sia spettano che mettiamo gli interessi della nazione davanti a quelli del partito”. Gli italiani magari sono più adusi all’assistenzialismo e alla protezione pubblica. Ma oggi “non c’è trippa per gatti” e la gente di buon senso sa che non può attendersi molto più di un uso serio delle risorse a disposizione e l’impegno a perseguire l’interesse generale. In fondo, non siamo poi così diversi.

 

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