Mps, euro, recessione: Draghi è sulla graticola

Super Mario non è più così Super. Le frecce arrivano da ogni parte e Draghi adesso si deve difendere. E’ la prima volta dall’estate scorsa quando andò in soccorso dell’euro con parole (“faremo tutto quello che sarà necessario”) e opere …Leggi tutto

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Super Mario non è più così Super. Le frecce arrivano da ogni parte e Draghi adesso si deve difendere. E’ la prima volta dall’estate scorsa quando andò in soccorso dell’euro con parole (“faremo tutto quello che sarà necessario”) e opere (il meccanismo salva stati). Prima i giornali (si è distinto soprattutto il Wall Street Journal) poi i giornalisti nella tradizionale conferenza stampa dopo il consiglio della Bce, hanno sollevato alcune questioni cruciali: quando arriva la ripresa? Quali risultati concreti hanno avuto gli interventi di un anno fa a favore delle banche (un miliardo di euro all’un per cento per un tempo illimitato)? Perché i mercati finanziari sono ancora turbolenti? Tutta la liquidità iniettata nel sistema genererà inflazione? E perché non si è ancora trasformata in investimenti e consumi? L’euro è sopravalutato? Il presidente francese François Hollande ha messo il tasso di cambio sul tavolo della politica europea, chiedendo una svalutazione rispetto al dollaro e alle altre grandi valute, dunque il tabù è rotto. Last but not least (è proprio il caso di dirlo) lo scandalo Montepaschi: se fosse scoppiato un anno prima, avrebbe compromesso la sua nomina a Francoforte? Non solo: siamo sicuri che affidare la supervisione alla banca centrale sia la soluzione migliore?

Un fuoco di fila così non lo sentivamo da tempo. Draghi ha risposto punto su punto. Ma non ha convinto del tutto. Soprattutto su Mps. Ha ribadito che la Banca d’Italia da lui guidata, ha fatto tutto il possibile. Non solo, è stata lei a consegnare alla magistratura la maggior parte dei documenti. “Se non ci credete, potete chiedere agli ispettori del Fondo monetario internazionale secondo i quali la supervisione è stata adeguata”. Anche l’uomo dai nervi d’acciaio ha tradito la propria irritazione quando ad un certo punto ha detto: molte informazioni che circolano sui media sono da mettere in relazione alle elezioni.

La  banca senese è già diventata il test per la riforma della vigilanza. La prima lezione, ha spiegato Draghi è che le banche centrali debbono avere più poteri, tra i quali rimuovere i manager; ma il nuovo organismo di sorveglianza deve restare “un’autorità distinta” anche se confluirà dentro la Bce, avendo come punto di riferimento il modello americano. Non solo: a quel punto ci saranno le stesse regole in Europa e sarà anche possibile proteggere meglio risparmiatori e mercati dal crac e dal fallimento di una grande banca. Sì, con i nuovi strumenti non ci saranno banche troppo grandi per fallire perché sarà possibile garantire i depositanti senza usare i quattrini dei contribuenti per salvare gli azionisti, e nello stesso tempo evitare reazioni a catena come nel caso Lehman. Ma Mps è un salvataggio? Proprio ieri il Wall Street Journal ha rivelato un prestito segreto della Banca d’Italia pari a due miliardi nel novembre 2011, quando Montepaschi era ormai rimasto senza liquidi. Draghi stava già a Francoforte, tuttavia anche questo serve a metterlo in imbarazzo.

Senza dimenticare la grana scoppiata con l’Irlanda. Subissato di domande, il presidente della Bce si è coperto dietro il riserbo verso decisioni prese da uno stato sovrano. Dublino vuol liquidare la Anglo-Irish Bank, senza aver raggiunto un accordo preventivo con la Bce e sono in ballo titoli per 28 miliardi di euro. Insomma, un guaio dopo l’altro, segno che la luna di miele è ormai finita e torna l’incertezza anticamera dell’ instabilità. Draghi lo ha ammesso. Il mercato del credito resta ancora “challenging”, molte banche hanno restituito il prestito di un anno fa, ma sono solo 140 miliardi. Imprese e famiglie se vogliono credito debbono pagare interessi elevati. Anche le buone notizie sull’inflazione che tranquillizzano i tedeschi (scenderà sotto il due per cento), sono la conseguenza di un’attività economica stagnante se non in recessione. E’ vero, miglioramenti ci sono stati: Portogallo e Irlanda sono tornati a collocare titoli sul mercato, metà delle emissioni oggi vengono da paesi periferici, un anno fa erano appena il 7%. Ma l’aggiustamento non è compiuto e “il passo delle riforme resta troppo lento”.

A contenere i prezzi ha contribuito anche l’euro forte. E’ sopravalutato come dice Hollande? “E’ un segnale di fiducia. Ma il cambio non è un nostro obiettivo politico”, ha replicato Draghi ribadendo l’indipendenza della banca centrale che oggi è rimessa in discussione un po’ ovunque, a cominciare dal Giappone. La ripresa ci sarà, “gradualmente nella seconda metà dell’anno”, però la Bce l’aveva già prevista nella seconda metà del 2012, poi nella prima metà del 2013. In sostanza, l’incanto è finito. Il salvatore dell’euro è finito sulla graticola. Lui non è uomo da farsi cuocere a fuoco lento. E non ha paura di ribattere punto su punto. Ma il 7 febbraio sarà ricordato come un campanello d’allarme. Per stupirci ancora, Draghi dovrà far appello a tutta l’arte del banchiere centrale. La stampa che muove i mercati l’ha messo sotto tiro. Poi tocca all’internazionale dei poteri forti.

 

 

 

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