Meno tasse, lo dice Draghi. Ecco come

Mario Draghi ha ricordato, davanti alla commissione economica del parlamento europeo, tre amare verità: la ripresa non c’è ancora, verrà forse nella seconda metà dell’anno; il “consolidamento” non va interrotto, ma “attenuato” basandosi “meno sull’aumento delle tasse che nella zona …Leggi tutto

Mario Draghi ha ricordato, davanti alla commissione economica del parlamento europeo, tre amare verità: la ripresa non c’è ancora, verrà forse nella seconda metà dell’anno; il “consolidamento” non va interrotto, ma “attenuato” basandosi “meno sull’aumento delle tasse che nella zona euro sono già troppo alte”; occorre riaprire il credito per le imprese. La Banca centrale europea può dare un contributo a risolvere questi tre problemi, in particolare il finanziamento alle imprese, con un ruolo attivo sul mercato delle obbligazioni. Ma è ormai vicina al limite, nell’ambito del proprio mandato. Dunque, l’onere principale pesa sulle spalle dei governi. Il messaggio è chiaro ed è in linea con quanto emerso al Fondo monetario internazionale e al G20 di Mosca: cambiare spalla al fucile. Come, chi deve farlo per primo e chi può farlo?

Il come è evidente: per mantenere saldi i conti pubblici e non aumentare l’indebitamento privato, ma aprire la strada alla crescita, bisogna calibrare gli interventi a seconda dei paesi. Quelli che hanno i conti pubblici in ordine e i conti esteri in attivo, debbono allentare le redini. Gli altri debbono trarre vantaggio dall’aumento della domanda nell’intera zona euro, migliorando la competitività di merci e servizi, il che consente di ridurre la disoccupazione e attenuare il peso del fisco. Nell’un caso e nell’altro, però, sarà inevitabile mettere mano alla spesa pubblica. Più tagli e meno tasse, insomma, questa la ricetta virtuosa. C’è modo e modo e ciascuno può aggiustarsi a seconda delle proprie priorità: il fiscal compact indica un obiettivo, non i mezzi per raggiungerlo.

Il messaggio urbi et orbi di Draghi ha nomi e cognomi. Presi come siamo dall’imminenza del voto, cerchiamo una traccia, un suggerimento se non proprio un’altra lettera d’intenti al nuovo governo. Ma non siamo gli unici. Anche i tedeschi sono in campagna elettorale e cercano di capire se la Bce aiuterà la Merkel o, spostando l’enfasi su un allentamento del rigore, darà di fatto spago ai suoi critici e ai socialdemocratici. La banca centrale è autonoma, Draghi è un uomo indipendente, non fa politica a Roma figuriamoci a Berlino. Ma gli altri no. La politica tanto bistrattata e disprezzata, resta in cima ai pensieri, ai desideri, alle ambizioni degli uomini. Inutile negarlo. Basti guardare nell’Italia apparentemente in preda all’antipolitica, la corsa a candidarsi di imprenditori, giornalisti, avvocati, professori, consulenti, precari, centralinisti, disoccupati, no Tav di professione, agit prop, ecc. ecc. E solo il nostro incurabile provincialismo ci fa pensare che non sia lo stesso al Bundestag, all’Assemblea Nazionale o al Congresso.

Bene, né i prossimi governanti italiani né quelli tedeschi possono stare tanto tranquilli. Draghi delinea un percorso che potremmo definire di cambiamento nella continuità. I conti pubblici in ordine sono la continuità, la riduzione delle imposte il cambiamento. Se volessero, tedeschi (che hanno già fatto parecchio soprattutto nelle tasse sulle imprese) e francesi (che hanno fatto molto meno), potrebbero seguire le indicazioni della Bce già nei prossimi mesi. Per l’Italia è molto più difficile.

Il Sole 24 Ore ha calcolato i costi delle proposte fiscali dei vari partiti: in tutto sono 180 miliardi. Il più oneroso è Giannino: il taglio di un punto della pressione fiscale equivale a 75 miliardi; il Pdl costa 65 miliardi tra Imu, Irap e Irpef ; il Pd 44 e Monti 29,5. Volendo tener fermo il consolidamento del bilancio bisogna tagliare le uscite dello stato in modo equivalente (o quasi: un po’ di crescita porterebbe un qualche sollievo). Invece, nessuno ha presentato un’alternativa convincente.

La spending review montiana è solo un inizio (finora ha dato circa 15 miliardi). Giannino è più ambizioso, ma meno realistico anche per l’impatto politico-sociale delle sue proposte. Il Pdl dice che bisogna agire sul corpaccione dello stato (800 miliardi di euro in erogazioni a vario titolo), ma al governo non ha mai tagliato; o meglio lo ha fatto Giulio Tremonti con buoni risultati (la spesa rispetto al pil si è ridotta di un punto nel 2010), però i tagli lineari gli sono costati il posto.

Chiunque andrà a palazzo Chigi, dovrà preparare la sua bella lista della spesa, ma al contrario: non le cose da comprare, quelle da vendere; non prebende e assistenza, risparmi fino all’osso. Un compito impossibile? No. Di grasso da togliere ce n’è parecchio, senza la solita retorica della macelleria sociale. Basti guardare a voci come gli acquisti di beni e servizi. Decine di miliardi. E non sono matite e carta igienica, ma appalti e consulenze agli amici degli amici. A quel punto, il nuovo governo sarà anche più credibile nel chiedere alla Ue e alla Bce più tempo per raggiungere il pareggio del bilancio, come ha fatto la Francia. E vedremo chi oserà dire di no.

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