L’Italia di Bersani e quella di Renzi, incerte e divise

Come sarebbe l’Italia se vincesse Matteo Renzi? E se a palazzo Chigi andasse Pierluigi Bersani? Prima Renzi perché è la novità. Sul suo governo non si riesce a capire nulla: ha più volte evitato di indicare  il suo ideale plenipotenziario …Leggi tutto

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Come sarebbe l’Italia se vincesse Matteo Renzi? E se a palazzo Chigi andasse Pierluigi Bersani? Prima Renzi perché è la novità. Sul suo governo non si riesce a capire nulla: ha più volte evitato di indicare  il suo ideale plenipotenziario all’economia, ha flirtato con Luigi Zingales il liberista di Chicago finito con gli anti-declinisti, e con Pietro Ichino per il lavoro. Possiamo ipotizzare un posto per Alessandro Baricco a istruzione e cultura e uno per Giorgio Gori al neodicastero per le reti e la comunicazione (siccome i ministeri saranno solo dieci bisognerà accorparne il più possibile).

La squadra di Bersani è più prevedibile: Pier Ferdinando Casini al posto più importante, gli interni, secondo la buona tradizione democristiana, Niki Vendola non all’ambiente (dopo il disastro di Taranto non si può), ma forse alle pari opportunità; al welfare Susanna Camusso perché Cgil e perché donna; agli esteri torna Massimo D’Alema che così sa parlare con i socialisti europei e con il mondo mediorientale, mentre all’America può ricordare di aver bombardato insieme il Kosovo (Romano Prodi non voleva e perse palazzo Chigi).

E Mario Monti? C’è spazio per lui? Non se vuole fare il premier, lo dicono entrambi, ma Bersani lo vedrebbe come superministro dell’economia e dell’Europa, in perfetto stile Carlo Azeglio Ciampi. Uno schema illustrato sul quotidiano la Repubblica da Eugenio Scalfari. Purtroppo, i suggerimenti del Fondatore, in politica hanno portato sempre male. Renzi tace. In fondo il professore starebbe meglio nel suo schema intellettuale e programmatico. Ma quando il sindaco di Firenze sostiene che chi vince prende tutto, entra in collisione con il montismo che prospera in clima da grande coalizione, dentro uno scenario in cui nessuno vince, tranne chi diventa il deus ex machina.

I contenuti sono ancora vaghi per entrambi i duellanti, perché la concretezza mostrata in tv è fatta soprattutto di slogan e di titoli, i capitoli sono tutti da riempire. Bersani vuol far pagare più tasse ai ricchi e meno ai poveri, Renzi intende favorire i ceti medi: cento euro in tasca in più ogni mese, costo venti miliardi. Dove li trovi? Ironizza Bersani che preferisce non fare promesse. Salvo ripetere la litania sulla lotta all’evasione che Matteo ricorda fin da quando aveva i calzoni corti, e tutti noi con lui.

Sarà che il segretario del Pd ha una visione molto tradizionale della società italiana, nel solco del vecchio Partito comunista berlingueriano riverniciato con un po’ di socialismo francese e socialdemocrazia tedesca. I sindacati (la Cgil, ma non solo) con lui avranno un potere di veto. Vuol rivedere la riforma delle pensioni all’insegna della flessibilità in uscita e introdurre più rigidità in quella sul mercato del lavoro. Ha ragione nel dire che il governo ha fatto pasticci, ma il fatto è che lui cambierebbe completamente senso di marcia: confusion de confusiones. Renzi al contrario salva in toto Elsa Fornero, ma non sa come rimediare sugli esodati; quanto ai sindacati si capisce che non li ama, tuttavia preferisce tacere; ha parlato in precedenza di flexicurity, è vero, però resta più che altro una etichetta.

Nessuno dei due intende tagliare davvero la spesa pubblica, al di là di generici riferimenti a sprechi e inefficienze (altra litania da calzoni corti). Il fatto è che qui rischiano grosso entrambi: cioè possono perdere i voti del sud che vive di assistenza e trasferimenti statali, ma anche quelli delle regioni rosse i cui amministratori sono in piazza contro il governo e si sono alleato con la Lega (come nel caso dell’emiliano Vasco Errani).

Grande la divergenza in politica estera. A parte gli auspici comuni sugli Stati Uniti d’Europa, l’Italia di Renzi sarebbe filo-israeliana, atlantista, si legherebbe a Barack Obama (vero mito per il sindaco) anche per controbilanciare l’invadenza tedesca nell’Unione europea. Bersani sarebbe nettamente filo-palestinese tanto da volere il voto favorevole all’ONU sullo status di stato osservatore; porterebbe a casa al più presto i nostri ragazzi in Afghanistan; non comprerebbe i cacciabombardieri F-35; quanto alla Germania, “faremo valere le nostre ragioni”. Buona fortuna.

Ma come fanno a stare insieme in un solo partito? La domanda viene spontanea. Risposta: anche i laburisti hanno più anime (ci sono persino i trotzkisti), non parliamo dei Democrats americani. Vero, ma nel secondo caso il cemento è la corsa alla Casa Bianca. Quanto al Labour party, tutto si può dire meno che non si sia rinnovato a fondo: Tony Blair ha realizzato vent’anni fa quel che cerca di fare Renzi con meno carisma e in una situazione più difficile, dentro una crisi profonda di fronte alla quale la sinistra non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo, non sa che dire tanto meno che fare.

In fondo, con i poteri forti del capitale che si fanno male da soli, la gauche poteva avere una grande occasione storica; invece si è trovata senza fiato, senza idee, senza leader, a rincorrere scelte inevitabili (come il ridimensionamento del welfare state o del potere sindacale) in mancanza di proposte alternative. Bersani vuol conservare quel vecchio patrimonio, la sua è un’Italia della resistenza. Renzi sogna la grande modernizzazione, ma cerca ancora le truppe disposte a seguirlo. Semi per il futuro, probabilmente; sarà per il prossimo giro.

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