Le tre lezioni della Napolitanomics

Non solo politica pura, non solo riforma elettorale. Il governo del presidente avrà anche una politica economica del presidente. Leggendo quel che ha detto Giorgio Napolitano, incrociandolo con il documento dei saggi, ricordando le sue posizioni passate, quando fu autore …Leggi tutto

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Non solo politica pura, non solo riforma elettorale. Il governo del presidente avrà anche una politica economica del presidente. Leggendo quel che ha detto Giorgio Napolitano, incrociandolo con il documento dei saggi, ricordando le sue posizioni passate, quando fu autore insieme ad autorevoli economisti come Luigi Spaventa, del programma delle larghe intese tra Pci e Dc a metà anni ’70, ebbene da tutte queste tracce ben marcate può uscir fuori una chiara Napolitanomics.

1) L’obiettivo di fondo è “un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile”. Altro che decrescita felice, Napolitano è sempre stato uno sviluppista. Dunque, bisogna innanzitutto affrontare la recessione con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro e riavviare la crescita. Su questo, il presidente ha fatto riferimento esplicito all’Agenda possibile, come è stata intitolata la relazione del gruppo di lavoro in materia economico-sociale ed europea, insomma il documento dei saggi. Affinché il prodotto lordo e i redditi tornino a crescere, è necessario cambiare “i comportamenti collettivi da parte di forze del mondo del lavoro e dell’impresa che appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all’innovazione che invece è il vero motore dello sviluppo”. Un richiamo a sindacati e Confindustria affinché abbiano il coraggio di affrontare le nuove sfide. Qualcosa che ricorda i “lacci e lacciuoli” da sciogliere, leitmotiv di Guido Carli. O la rampogna di Giorgio Amendola, il capo della destra del Pci, e Luciano Lama, segretario della Cgil, contro il conservatorismo sindacale nel 1978.

2) Il ritorno alla crescita deve tener conto delle compatibilità. Anche questo è un antico cavallo di battaglia che Napolitano ha sempre usato contro chi voleva l’impossibile, soprattutto contro i massimalisti di sinistra, ma anche per bloccare la spinta, diventata prevalente fin dagli anni Ottanta, a finanziare con il deficit pubblico le riforme, il salvataggio delle imprese decotte, la protezione sociale e l’assistenzialismo clientelare. Insomma, debito in cambio del consenso. E’ la radice della malattia italiana, dalla quale scaturisce l’acquiescenza verso comportamenti inefficienti, lassisti, corrotti. E lui, meridionalista convinto, ha invitato il Mezzogiorno a non piangersi sempre addosso, ma “a uno scatto di reni”.

3) L’Europa. Ecco le parole del presidente: “Far progredire l’Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, e a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici”. Dunque, entro il solco dell’europeismo tradizionale, ma senza atteggiamento subalterni. Anzi. “La simultanea restrizione fiscale operata in questa fase da numerosi paesi – scrivono i saggi – ne ha amplificato le ripercussioni sul ciclo economico, estendendo la disoccupazione, causando tensioni sociali”. Non è vero che le regole sono ciecamente rigide, ma “consentono e prevedono margini interpretativi importanti”. E’ qui che bisogna agire in modo determinato e autorevole. Stabilità, dinamismo e solidarietà è la triade della Napolitanomics. Sembra scontata, ma non lo è affatto: proprio quel triangolo non si è mai chiuso perché sono prevalsi interessi divergenti, chiusure dottrinarie, debolezze politiche.

Sta al nuovo esecutivo metter giù le misure concrete, seguendo, ha avvertito ancora Napolitano, le proposte già presentate. Tra queste, in sintesi: il credito alle piccole e medie imprese; il sostegno all’export; un fondo straordinario per la ricerca e l’innovazione; la delega fiscale; l’apertura alla concorrenza; risolvere problema degli esodati; un credito d’imposta per i lavoratori a basso reddito; trovare le risorse per ridurre il carico fiscale: “Sul fronte delle entrate – scrive il documento dei saggi – riteniamo che quel che si dovesse stabilmente ricavare in più dalla lotta all’evasione fiscale andrebbe impiegato per ridurre l’imposizione, in modo da accrescere la condivisione sociale del recupero di evasione e abbassare una pressione fiscale esplicita fra le più alte del mondo, certamente nemica della crescita”.

Dice il presidente della Repubblica: “Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive”. Dunque, le chiacchiere sono finite, adesso si agisce. O no?

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