Le promesse del Grilli (s)parlante

Vittorio Grilli ha fatto una nuova promessa: l’Irap verrà ridotta dal 2014. Un impegno poco solenne, intanto perché allora ci sarà un nuovo governo con un nuovo ministro, e poi perché è solo l’ultimo di una lunga serie di impegni finiti …Leggi tutto

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Vittorio Grilli ha fatto una nuova promessa: l’Irap verrà ridotta dal 2014. Un impegno poco solenne, intanto perché allora ci sarà un nuovo governo con un nuovo ministro, e poi perché è solo l’ultimo di una lunga serie di impegni finiti nel nulla, come la riduzione dell’Irpef per i contribuenti più poveri (un punto in meno) e il rinvio nell’aumento dell’Iva dal 10 all’11%. Dopo un balletto di qualche settimana, alla fine il ministro dell’economia ha ammesso che non ci sono risorse.

Era chiaro fin dall’inizio anche perché Grilli non ha compiuto grandi sforzi per trovarle. Con una paginata sul Corriere della Sera, il 15 luglio scorso, si era impegnato a vendere il patrimonio pubblico (caserme, grandi palazzi, aziende dello stato): 15-20 miliardi l’anno per cinque anni. Non si è visto nemmeno un centesimo. E il piano Giavazzi? Che fine ha fatto? Doveva tagliare inutili e controproducenti sussidi alle imprese, ma è scomparso nel nulla. Ripescato dal cestino, si scopre che potrebbe dare non dieci, ma appena uno o due miliardi.

A forza di tasse, il paese sta soffocando e l’economia continua a scivolare in basso, lo denuncia la Banca d’Italia. Ma il governo non ha una linea fiscale. Almeno dicesse “paghino i ricchi” come fa Barack Obama. Avrebbe contro Berlusconi e Casini, a favore Grillo e Vendola, con il Pd diviso come sempre tra l’ala riformista e quella radicale. Oppure potrebbe dire “facciamo pagare meno gli industriali e i lavoratori”, come il presidente francese François Hollande che ha deciso una riduzione del cuneo fiscale pari a 20 miliardi di euro. Avrebbe a favore sindacati e Confindustria, anche se non saprebbe dove trovare i soldi.

La parola d’ordine dei tecnici un anno fa era “pagare di più, pagare tutti”. La prima parte è riuscita visto che la pressione fiscale è salita al livello record del 45,3 per cento rispetto al prodotto lordo, secondo le cifre ufficiali. La seconda parte molto meno. Scrive sulla Stampa Stefano Lepri, editorialista economico non anti-montiano: “Dall’estate in poi, l’iniziativa dei tecnici è sembrata infiacchirsi. Perfino nella lotta all’evasione, uno dei cavalli di battaglia di Monti, poco di nuovo si è aggiunto a quanto era stato fatto prima; il gettito tributario va bene, senza però fornire chiari segni di una svolta nei comportamenti. La legge di stabilità 2013, spiaciuta alle forze sociali prima che ai partiti, è stata riscritta dal Parlamento senza che ne uscisse un messaggio più chiaro”.

Dunque, “pagare di più, pagare tutti” non funziona. Non sarà che i due obiettivi sono in contraddizione? “Pagare meno, pagare su tutto, pagare tutti”, era uno slogan popolare vent’anni fa. Indovinate chi lo aveva inventato? Vincenzo Visco. E chi gli aveva dato ragione? Giulio Tremonti, addirittura. Si parlava di tre aliquote soltanto e di spostare l’imposizione dal reddito ai consumi. Poi sono diventati ministri, l’uno a sinistra l’altro a destra, e s’è visto cosa è successo.

Sul mio blog www.cingolo.it puoi anche trovare: “L’internazionale montiana” e “Petraeus, due donne, due intelligence“.

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