E’ già nato a Cipro l’euro a più velocità?

Un euro a Nicosia vale come un euro a Roma, a Parigi o a Berlino? In apparenza sì, il valore facciale è sempre lo stesso. Ma, dopo l’accordo raggiunto nella notte di domenica, nei fatti non è più così. A …Leggi tutto

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Un euro a Nicosia vale come un euro a Roma, a Parigi o a Berlino? In apparenza sì, il valore facciale è sempre lo stesso. Ma, dopo l’accordo raggiunto nella notte di domenica, nei fatti non è più così. A Cipro nessuno può ritirare dai bancomat più di cento euro al giorno, i movimenti dei capitali e dei risparmi sono bloccati, i conti correnti diventano depositi  a termine, non si useranno più assegni, la seconda banca, la Laiki Bank, viene chiusa e i suoi asset inesigibili infilati in un veicolo speciale; il resto viene preso dalla Bank of Cyprus a sua volta ristrutturata a spese dei depositanti (oltre i centomila euro) e dei detentori di obbligazioni. In sostanza, parte del denaro contante e i titoli saranno trasformati in azioni. La perdita viene stimata in circa il 40%.

Il salvataggio, con aiuti per dieci miliardi di euro e l’impegno della Bce a fornire liquidità, per certi versi è migliore di quello precedente che faceva pagare anche i correntisti con meno di centomila euro, violando gli accordi europei del 2008. E ha molte similitudini con il piano varato per l’Islanda. La sola differenza è che Cipro fa parte dell’euro e per noi è proprio questo che conta di più.

La crisi cipriota è di natura bancaria, esattamente come nell’isola dell’estremo nord ovest. O come in Irlanda e Spagna. Il debito pubblico non c’entra nulla, anzi da questo punto di vista la piccola isola potrebbe essere considerata virtuosa (nel 2007, prima dello tsunami finanziario, il rapporto debito/pil era sceso al 48,9%, la Spagna lo aveva portato al 36 e l’Irlanda addirittura al 25). Eppure l’austerità asimmetrica imposta dai tedeschi ha reso più difficile trovare una soluzione anche in un paese che genera meno dell’un per cento del prodotto europeo. Per riassumere i numeri chiave, l’isola ha un milione di abitanti, un prodotto lordo di 17 miliardi di euro e un debito pubblico di 15,6 miliardi. Il salvataggio imporrà una riduzione della ricchezza e del tenore di vita. E nessuno sa se Cipro, oggi ripescata dal baratro, non cadrà presto in un precipizio ancor più profondo.

Nicosia era diventata una piazza finanziaria di prima grandezza nel Mediterraneo, paradiso fiscale per capitali russi, mediorientali, europei, e snodo per operazioni ad alto rischio. I depositi sono arrivati a 93 miliardi di euro, otto volte il pil, e appena un terzo fa capo a soggetti residenti. Dunque, viveva dentro una bolla finanziaria così come era successo in Islanda, mentre in Spagna e Irlanda le banche avevano gonfiato la bolla immobiliare.

La crisi greca si è abbattuta sull’isola scuotendone il modello economico-finanziario. Da tempo tutti sapevano che Cipro sarebbe stata una miccia in grado di far esplodere l’intera santabarbara. Ma nessuno ha fatto nulla finché il governo non ha alzato bandiera bianca chiedendo l’intervento dell’Unione europea che ha mostrato ancora una volta di non avere una strategia chiare e univoca per affrontare le crisi. Il primo accordo faceva acqua da tutte le parti.  E contraddiceva anche almeno due dei tre principi sui quali dovrebbe essere basata la futura unione bancaria europea: l’assicurazione unitaria dei depositi e un meccanismo omogeneo di risoluzione delle crisi bancarie. Quanto al terzo (la vigilanza unificata) è stato vanificato dalla Germania che non vuole far controllare le proprie banche locali, dove s’annida buona parte del marcio che infetta i bilanci. L’intesa raggiunta domenica sancisce che l’unione monetaria non è uguale per tutti. Da oggi c’è di fatto un euro a più velocità.

Da questo punto di vista, la piccola Cipro è diventata una cavia importante sulla quale si sperimenta il futuro assetto dell’Eurolandia. La soluzione è stata imposta dalla Germania, le cui banche sono esposte per sei miliardi di euro (quelle italiane per meno di un miliardo). E proprio in Germania sta aumentando il consenso attorno all’ipotesi di una divisione in due dell’eurozona: insomma un euro di serie A e uno di serie B. Non sono più solo i conservatori a coltivare questo proposito, ma anche i socialdemocratici. La Fondazione Ebert, pensatoio della Spd ha condotto una serie di seminari in tutta Europa per snidare opinioni di autorevoli analisti di vario orientamento. Agli italiani, i due euro non piacciono, l’opinione è divisa in due: o una piena integrazione fiscale e monetaria o tanto vale farla finita. Nemmeno i francesi sono apparsi molto convinti. Tra i tedeschi, invece, è considerata l’opzione più realistica e più probabile tenendo conto che la fine dell’euro sarebbe rovinosa e l’integrazione e piena appare utopistica.

Vedremo nel corso della campagna elettorale se questa “ipotesi di scuola” entrerà nel programma politico. Potrebbe diventare persino il punto di incontro con i democristiani, tanto più nella ipotesi, oggi probabile, che si arrivi a una Grosse Koalition. Oggi la Cdu ha il 40% dei consensi, la Spd il 25% appena, ma nessuno dei due ha i voti per governare. Due euro. In serie B scenderebbero non solo Cipro, ma la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna. E l’Italia? Indovinate un po’ in quale girone vogliono collocarla i virtuosi tedeschi? Tanto più dopo il risultato elettorale e con la prospettiva di un governo minoritario che prepari un nuovo voto. A Cipro, dunque, si gioca anche il nostro destino.

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