Agenda Monti, che delusione sull’Europa

Chi è deluso per le tasse. E Sivio Berlusconi ne fa il centro della propria campagna elettorale, con l’intento di rimobilitare il popolo delle partite Iva. Chi è deluso per il mercato del lavoro e per le pensioni. Dice Susanna …Leggi tutto

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Chi è deluso per le tasse. E Sivio Berlusconi ne fa il centro della propria campagna elettorale, con l’intento di rimobilitare il popolo delle partite Iva. Chi è deluso per il mercato del lavoro e per le pensioni. Dice Susanna Camusso: «E’ una ricetta che abbiamo già conosciuto con la Thatcher, con Reagan, con il precedente governo italiano”.  In realtà, la delusione maggiore riguarda proprio i cavalli di battaglia del professore: la crescita e l’Europa. E le due cose si tengono.

Le imposte non si possono ridurre a meno di non tagliare molto di più la spesa. Ciò è un bene nel medio periodo, però sarebbe un disastro nel breve perché peggiora la recessione. Che il lavoro vada reso più flessibile è un dato di fatto, una raccomandazione proveniente non dalla destra, ma dalla sinistra europea; e il Pd non può non tenerne conto. Tanto più che il capitolo è ispirato da Pietro Ichino. Bersani non vuol essere succube dell’agenda Monti, ma non può esserlo nemmeno dell’agenda Camusso. Ne va della sua credibilità di aspirante capo del governo.

E tuttavia, sia le tasse sia l’occupazione possono essere affrontate in modo diverso se l’Italia si rimette in moto. Anche l’agenda Monti lo riconosce, è ovvio. Ma sposta in avanti il tempo della ripresa. Il professore punta tutto su un migliore utilizzo dei fattori produttivi: il lavoro, innanzitutto, con la contrattazione aziendale e la flexicurity scandinava; le condizioni ambientali (infrastrutture, pubblica amministrazione, semplificazione legislativa, efficienza dei tribunali, ecc.);  il capitale (accesso al credito, incentivi per l’innovazione, un fondo per le ristrutturazioni). Insomma, una politica dell’offerta. Indispensabile, ma con effetti dilazionati nel tempo. I teorici della supply side economics negli anni ’80 prevedevano che l’impatto positivo si sarebbe visto dopo tre anni. E nel frattempo?

L’Italia è entrata già nel secondo anno di recessione, non c’è bisogno di fare qualcosa per rimettere in moto anche la domanda, cioè i consumi e gli investimenti? Evidentemente sì. Come e con quali risorse? L’agenda Monti rinvia al momento in cui sarà possibile ridurre il carico fiscale su lavoro e impresa. Eppure, il taglio al cuneo fiscale non ha funzionato con Romano Prodi (e allora l’Italia cresceva sia pur di poco). Oggi potrebbe avere effetto solo se producesse una massiccia riduzione del costo del lavoro (una sorta di svalutazione attraverso le tasse), ma nessuno saprebbe come finanziarla.

Liberando l’immaginazione, si possono mettere in campo misure più sexy di quelle contenute nello scarno decreto sviluppo. Per esempio, rilanciare l’edilizia, eterno volano, con cartelle fondiarie scontate presso la banca centrale (come hanno fatto gli Stati Uniti). Ma la via maestra è riavviare il motore dell’economia europea. E qui emerge il vero punto debole.

Monti scrive che l’Italia “deve chiedere all’Europa politiche orientate nel senso di una maggiore attenzione alla crescita basata su finanze pubbliche sane, un mercato interno più integrato e dinamico, una maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio, una maggiore attenzione alla inclusione sociale e alla sostenibilità ambientale”. Chi non è d’accordo? Nemmeno gli euroscettici più incalliti avrebbero qualcosa da obiettare. Perché si tratta di tutto e niente, un cammino lento lungo una lunga strada.

Invece, alla Ue bisogna chiedere qualcosa di concreto e immediato, cioè che il fiscal compact sia accompagnato da un coordinamento effettivo delle politiche di bilancio affinché i paesi in attivo investano per aumentare la domanda interna e attirare le importazioni dei paesi in passivo. Lo hanno già sollecitato, nell’ordine, Barack Obama, il Fondo monetario internazionale, il G20; ed è scritto in documenti ufficiali (per quel che valgono).

Sappiamo bene chi si è opposto: il governo tedesco, nonostante il paese abbia una bilancia dei pagamenti in sovrappiù e finanze pubbliche in ordine. Ora che anche la Germania ristagna, quell’ostinato rifiuto diventa stoltamente punitivo nei confronti degli altri partner e autolesionistico. Oltre a isolare Berlino nel club dei grandi.

E’ un assist formidabile che non viene da dissennati populisti, ma dai supremi sacerdoti della stabilità; ebbene, l’Italia e la Spagna possono mettere la palla in gol. Angela Merkel replica: saranno i nostri elettori a decidere. Legittimo, ma i suoi tempi non coincidono con i nostri, non possiamo aspettare fino a settembre. Dunque, è giunto il momento che la Bce scriva una lettera d’intenti alla Cancelleria di Berlino, in nome dell’equilibrio generale della zona euro. Un’altra richiesta concreta, fuori dall’agenda Monti.

 

 

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