Economia

Banca d'Italia ora pensa da impresa

Gli azionisti vogliono dare reale valore alle quote di via Nazionale che, invece, vuole liberarsi della partecipazione in Generali. Grandi manovre autunnali per Ignazio Visco

La sede della Banca d'Italia in via Nazionale a Roma (Credits: Marco Merlini / LaPresse)

Grandi manovre sulla Banca d’Italia come impresa: per il valore delle sue quote nei bilanci dei suoi azionisti; e per il valore della sua più preziosa partecipazioni, quella nelle Assicurazioni Generali. Manovre che si decideranno nel giro di qualche settimana, probabilmente entro l’anno. E tutte insieme, vediamo perché.

Quanto vale Bankitalia. Camillo Venesio, Francesco Micheli, Carlo Azzi, Giovanni Berneschi: non solo il presidente Giuseppe Mussari, non solo il presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti, ma tutta la presidenza dell’Abi è schierata graniticamente a sostegno della richiesta delle banche italiane di poter finalmente rivalutare le quote di Bankitalia in loro possesso, che sono nella maggior parte dei casi iscritte in bilancio a valore storico (in tutto, 166 mila euro) perché chiaramente invendibili.

Ma allora perchè i banchieri stanno insistendo a furor di lobby per ottenere l’ok dal governo? Semplice: perché per Basilea 3 quelle quote sono patrimonio buono, di quello ammesso al computo del famoso parametro “core Tier 1”, quindi se le banche rivalutassero tutte le loro quote vedrebbero – et voilà – affiorare in bilancio tra i 10 e i 15 miliardi di euro, buoni a sprigionarne almeno 100 di impieghi sul mercato, grazie all’effetto-leva fissato da Basilea.

Un’evidente paranoia, inutile dirlo, perché quelle quote non sono vendibili, quindi non sono davvero un patrimonio disponibile: ma, vivaddio, chi di paranoia è stato ferito, cioè appunto le banche italiane, costrette da Basilea a valutare a “mark to market” il valore dei titoli di Stato in portafoglio, anziché al nominale, pur portandoli tutti a scadenza, di paranoia dovrebbe poter sopravvivere, e quindi approfittare di questo “permesso” di Basilea, con buona pace delle iperprudenze europee del ministro Grilli, che non gradisce firmare di suo pugno il pateracchio.

Ma questa della valutazione delle quote è solo uno dei problemi che Bankitalia dovrà risolvere nelle prossime settimane.

La quota di Bankitalia in Generali. L’altro la riguarda come azienda, ed è la robusta partecipazione – pari al 4,5% - che l’istituto di emissione detiene nelle Assicurazioni Generali da decenni, essendone rimasta fedele cassettista, senza mai vendere nè comprare, intascando la cedola e di solito, in assemblea, astenendosi. Poco ma sicuro: la partecipazione in Generali non potrà rimanere là dov’è. Perché Banca d’Italia, entro l’anno, diventerà l’autorità di controllo del settore assicurativo, assorbendo le funzioni dell’Isvap, e per quanto noi si viva nel paese del conflitto d’interessi, questo sarebbe un po’ troppo.

Ma è pensabile che Bankitalia venda quella quota? E quand’anche, a chi? E perché proprio ora che finalmente – con la gestione di Mario Greco – il titolo Generali sta riprendendo linfa e promette di risalire a ben altri prezzi? E in più: anche Mediobanca dovrà scendere di quota nelle Generali, per ottemperare a un altro parametro di Basilea 3, che le impone di ridurre l’immobilizzazione di tanto patrimonio su un’unica partecipata. E quindi? Chi potrebbe mai raccogliere sul mercato tutte queste azioni Generali?

A tutta evidenza, nessuno dell’”establishment”. Perciò, i giuristi più vicini all’istituto stanno studiando l’ipotesi di affidare la quota a un blind-trust che ne difenda il valore in base a istruzioni impartite una volta per tutte dal proprietario – il Direttorio - e non revocabili. Il che, paradossalmente, comporterebbe, per la quota stessa, un ruolo più incisivo di quello – del tutto silente – recitato finora: perché il garante di un trust può intervenire senza pudori a difendere il suo asset mentre un governatore ha addosso troppa attenzione politica per farlo con altrettanta risolutezza…

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