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Ufi e Giorgio Girondi: "Chiudo e vado all'estero"

L'imprenditore produce filtri in 17 fabbriche nel mondo. Ma le 5 italiane, dove lavorano 600 persone, stanno per essere smantellate. "Perché qui l’economia è dominata dall’ideologia"

Giorgio Girondi, titolare di Ufi (Credits: US)

La Ufi è un’azienda talmente incredibile da poter produrre sia i filtri per auto sia quelli che servono per isolare il dna di un feto, sia quelli montati sulla navicella spaziale che nel 2016 atterrerà su Marte. Un miracolo tecnologico realizzato a Nogarole Rocca in provincia di Verona che, però, sta per finire. O, meglio, il miracolo continuerà altrove. Non in Italia. «Purtroppo “a tendere” le fabbriche italiane sono destinate alla chiusura». Giorgio Girondi è presidente e amministratore delegato della Ufi Spa ed è un «duro», ma talmente «duro» che ha il coraggio di dire ciò che molti suoi colleghi pensano solamente. E le dice irritandosi a ogni obiezione.

Che cosa vuol dire «a tendere»?
Vuol dire «prima o poi».

Chiude e se ne va?
In Italia resterà il quartier generale. Con i sindacati abbiamo già trovato un accordo per la cassa integrazione, da settembre, per 204 dipendenti sui 600 che abbiamo nei 5 stabilimenti italiani sui 17 in tutto il mondo.

Quando ha deciso di andare via?
Nel 2011, quando lo spread è arrivato a oltre 500 punti. Abbiamo provato a resistere, ma non è possibile.

E tutti quelli che resistono sono dei matti?
Un momento. Proviamo a ragionare. L’Europa è l’area del mondo più in crisi e l’Italia è l’area più in crisi d’Europa. In Cina, Corea, India, è concentrato più del 60 per cento della popolazione mondiale che cresce del 5-6 per cento l’anno: sono giovani e consumano molto. La mia produzione più importante sono i filtri per autoveicoli che vendo ai maggiori costruttori del pianeta. In Cina si costruiscono 22 milioni di auto ogni anno rispetto alle 500 mila in Italia. Per me è impossibile non andare là a lavorare.

Ma lei in Cina ha già sette stabilimenti, un altro in Corea e due in India…
Sì, e vi lavorano 4 mila persone che mi costano quasi come i 600 che sono in Italia. Nell’area più vitale del pianeta il costo del lavoro è di 2 dollari l’ora rispetto ai 24 dollari dell’Italia. Mi spiace, ma un imprenditore non può mettersi contro sconvolgimenti storici come questi.

È rassegnato al declino italiano?
No, anzi. L’Italia ce la farà come ce l’ha sempre fatta, ma rendiamoci conto che i capitali si spostano alla ricerca del luogo nel quale è più facile farli fruttare.

I capitali sono mossi da uomini, non si spostano da soli.
Sì e no. Nessuno può imporre ai soldi di comportarsi in un modo piuttosto che in un altro. I soldi si muovono alla ricerca dell’investimento più conveniente. A differenza degli italiani, questo elementare concetto capitalistico i cinesi lo hanno capito perfettamente. Lo sa qual è la differenza tra Italia e Cina?

Mi dica.
In Cina bisogna essere prima capitalisti e poi comunisti. In Italia bisogna essere prima comunisti e poi capitalisti.

Addirittura?
In Cina se sei un capitalista ti stendono i tappeti rossi e solo dopo ti richiedono la fedeltà all’ideologia del partito. Da noi, invece, prima è richiesta la fedeltà all’ideologia della redistribuzione della ricchezza, e poi puoi fare il capitalista, cioè investire per guadagnare. Ma non troppo. Perché altrimenti vieni stroncato dalle tasse che servono, appunto, a ossequiare l’ideologia. Il vero dirigismo è in Europa, non in Cina. È qui che si pensa di dire ai soldi cosa devono fare. E questo mi fa imbestialire. Sa cosa penso del governo Letta?

Dica.
Credo stia operando molto bene, ma invece di essere il governo del «fare» dovrebbe essere il governo del «far fare». Questa è la differenza tra comunismo e capitalismo. E il risultato sa qual è?

Qual è?
Che nel 2007 la mia azienda fatturava 220 milioni con un risultato netto di 33; nel 2012 ha fatturato 333 milioni con un risultato netto di 14. Lavoro di più e guadagno di meno. E sa perché?

Perché c’è stata la crisi che ha abbassato i margini delle imprese.
Anche. Ma soprattutto perché abbiamo mantenuto le produzioni in Italia dove sono aumentate le tasse, le leggi, la burocrazia, dove assumere è più difficile e soprattutto è aumentato il costo del denaro. Lo sa quant’è il costo del finanziamento per un’impresa?

Dipende dall’impresa.
A me le banche prestano soldi al 3 per cento, ma mediamente è il 6-7 per cento. Quindi un imprenditore dovrebbe investire in un Paese dove le tasse sono circa al 50 per cento e poi guadagnare almeno il 6-7 per cento solo per ripagare gli interessi sul capitale per di più in un momento di recessione lavorando in un Paese in crisi. Impossibile.

Prenda fiato.
Le banche italiane hanno costi superiori alle altre proprio per il fatto di essere italiane. Infatti a me i soldi al 3 per cento me li danno le banche straniere.

Quindi?
Quindi non se ne esce senza una politica economica espansiva.

Chiede i soldi dello Stato? No, ma l’austerity accelera il declino.

Va bene, ma non vorrà davvero pagare i dipendenti italiani 2 euro l’ora come quelli cinesi?
No, ma è un’illusione pensare che riequilibrare i salari significhi che loro devono guadagnare di più. Purtroppo i salari Occidentali sono destinati ad abbassarsi. Le regole sono queste, e non mi guardi male: non le ho fatte io. E sa cos’è ancora peggio?

No.
Che se la Cina abbasserà le tasse, i capitali stranieri lasceranno ancora più rapidamente l’occidente impoverendolo. Questo manderà in sofferenza i conti pubblici degli stati i quali avranno meno entrate fiscali necessarie per ripagare il debito. Di conseguenza aumenteranno ancora di più le tasse provocando una diminuzione della propensione all’investimento, quindi l’aumento della disoccupazione e il calo dei consumi.

Chiaro?
Solare

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