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Tim, perché lo Stato può fermare i francesi di Vivendi 

Cosa sono e come funzionano i golden powers che permettono al governo, in certi casi, di difendere le imprese nazionali

“Non è una ritorsione, facciamo ciò che deve essere fatto”. Così il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha rassicurato l’opinione pubblica italiana e straniera sulle ultime mosse adottate dal governo nella partita per il controllo di Tim, colosso nazionale delle telecomunicazioni che è dominato oggi dal gruppo francese Vivendi, seppur con una quota di minoranza del 24% circa. Ieri il ministro Calenda ha chiesto al governo l’avvio di un’istruttoria per l’esercizio dei golden powers, poteri speciali con cui uno Stato europeo (Italia compresa) può difendere le grandi imprese nazionali come Tim dal dominio straniero.

Avanzando la sua richiesta, Calenda ha negato di voler fare un dispetto al governo francese che, proprio nelle ultime settimane e in nome degli interessi nazionali, ha mandato all’aria l’acquisizione di una grande impresa transalpina come il costruttore navale Stx, preda molto ambita dell’italiana Fincantieri. Sta di fatto, però, che l’azione di Calenda su Tim si è messa in moto  giusto appena dopo che le polemiche tra Roma e Parigi sulla vicenda Stx-Fincantieri si sono arroventate. Ma cosa può fare di concreto il governo di Roma e come funzionano questi (finora poco conosciuti) golden powers?

Si tratta di poteri speciali che sono regolati da una legge di 5 anni fa (la n. 21 del 2012) e da successivi decreti che ne hanno specificato meglio il  campo di applicazione. In pratica, grazie ai golden powers, il governo può decidere di interferire nella vita e nella gestione di alcune aziende strategiche di rilevanza nazionale, anche se non sono partecipate dallo Stato. E’ il caso di grandi imprese come Tim che gestiscono reti nel campo dei servizi pubblici essenziali come le telecomunicazioni, i trasporti o l’energia.


Poteri di veto

Lo Stato può per esempio può mettere il veto sulle decisioni assunte dall’assemblea di una società su operazioni straordinarie come le fusioni e le acquisizioni, oppure, quando un’impresa strategica italiana viene acquisita da qualche  soggetto straniero, il governo può imporre certe condizioni su “gli approvvigionamenti, la sicurezza delle informazioni, i trasferimenti tecnologici, il controllo delle esportazioni”.

In casi estremi di grave rischio per il sistema Paese, lo Stato può anche opporsi all’acquisto di determinate partecipazioni da parte di imprese straniere e ha comunque diritto a essere informato su certi movimenti azionari rilevanti che, come nel caso di Vivendi in Tim, possono avere impatto sul controllo dell’azienda e sugli interessi nazionali. In certe circostante, insomma, le regole europee che  di solito vietano le interferenze pubbliche nelle imprese private ammettono delle eccezioni e consentono una politica dirigista da parte dei governi.

Non va dimenticato, però, che le imprese private possono comunque fare ricorso al Tar del Lazio, cioè alla magistratura, contro le decisioni assunte dall’esecutivo in applicazione dei golden powers. Questi poteri sono infatti regolati dalla legge e devono scattare se, e solo se, c’è davvero di mezzo un interesse nazionale riconosciuto dai giudici, non per le deliberazioni arbitrarie di qualche governo di turno.

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