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Tim, i perché delle dimissioni di Cattaneo

Il manager del gruppo telefonico oggi lascia il suo posto dopo soli 18 mesi di incarico. I contrasti con i soci francesi di Vivendi

Il giorno dell'addio è arrivato. Oggi Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Tim, lascerà la sua carica dopo una riunione del consiglio di amministrazione della società. Il manager se ne va con una mega-liquidazione che, secondo i calcoli e le indiscrezioni trapelate sinora, dovrebbe attestarsi tra il 25 e 30 milioni di euro.

L'avventura di Cattaneo dentro Tim è durata davvero poco, visto che la sua nomina risale alla fine di marzo 2016. Perché una fuoriuscita dopo soli 18 mesi? Tutto è legato ai contrasti del manager con l'azionista di maggior peso di Tim, cioè il gruppo francese Vivendi che fa capo al finanziere transalpino Vincent Bolloré e detiene una partecipazione di circa il 24% del capitale. Si tratta di una quota di minoranza che consente comunque a Vivendi di avere dalla sua 8 consiglieri di amministrazione su 15.

I contrasti con Vivendi

Le ragioni dei contrasti tra Cattaneo e i soci francesi non sono ancora del tutto chiare.

Inizialmente sembravano legate alla diatriba sulla banda larga, che ha visto contrapposto polemicamente lo stesso Cattaneo al governo. Parlando in un’audizione alla Camera, l’amministratore delegato di Tim ha infatti accusato senza mezzi termini l’esecutivo di aver avvantaggiato Enel Open Fiber, società controllata da Enel e dalla Cassa Depositi e Prestiti (cioè dallo Stato), nella gara per portare la fibra ottica e l’internet ultra-veloce nelle cosiddette aree bianche, cioè le zone del paese non molto popolate, dove i privati che costruiscono le reti di nuova generazione beneficiano di un sussidio pubblico (perché i ricavi dell’investimento non sono sufficienti a coprire le spese).

In queste gare per la banda larga  era presente anche Tim che tuttavia, secondo Cattaneo, non ha subito lo stesso trattamento di Enel Open Fiber. Da qui uno scontro del manager col governo che ha fatto strada a un’ipotesi: l’azionista Vivendi potrebbe aver deciso di sacrificare Cattaneo per riappianare i rapporti con l’esecutivo.

Si tratta però di una ricostruzione che è stata smentita con una nota ufficiale da Tim uscita ieri, anche perché le polemiche tra Cattaneo e il governo, nella persona del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, si sono smorzate già nei giorni successivi all’audizione in Parlamento del manager, avvenuta il 28 giugno scorso.

Un mix di fattori

Forse, a determinare l’uscita di Cattaneo è stato piuttosto un mix di fattori.

Innanzitutto, c'è la spiegazione ufficiale contenuta nella stessa nota di Tim citata sopra: l’amministratore delegato ha già compiuto buona parte della sua missione, rimettendo in sesto i conti del gruppo e raggiungendo un utile netto di 1,8 miliardi di euro nell’esercizio 2016, contro la perdita di 70 milioni del 2015. Il che conferisce all’amministratore delegato di Tim il diritto a percepire gran parte della mega-liquidazione di 40 milioni di euro massimi, concordata per la scadenza naturale del suo mandato, fissata al 2021.

Inoltre, potrebbero aver pesato a favore dell’addio di Cattaneo anche le performance non eccezionale del titolo in borsa (che ha perso il 4% negli ultimi 6 mesi nonostante i positivi risultati di bilancio) e lo stallo nei rapporti tra l’azionista Vivendi e Mediaset.

Non è infatti un mistero che il gruppo televisivo del biscione, con cui Cattaneo ha buoni rapporti, oggi riservi a Vivendi un atteggiamento tutt’altro che benevolo, visti i tentativi passati del gruppo francese di fare una scalata ostile a Mediaset.

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