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Telecom Italia e (finalmente) lo scorporo della rete

Al centro del cda del 23 maggio può segnare il vero cambio di marcia per l'azienda

Bernabè e Galateri alla guida di Telecom

Anche gli elefanti, quando proprio è necessario, sono capaci di qualche scatto. È la prima riflessione che viene in mente di fronte alla convocazione da parte di Telecom Italia di un cda il prossimo 23 maggio per parlare di scorporo della rete. In teoria in quella riunione potrebbe prevalere qualunque tipo di orientamento, ma tutti pensano che la decisione sia già presa: Telecom darà vita a una società, di cui è orientata a conservare il pieno controllo, per gestire la sua rete di accesso separatamente da tutto il resto del gruppo. Se ne parla da circa un decennio e può sembrare paradossale che l’ex monopolista telefonico, dopo aver speso tutti gli argomenti possibili e immaginabili contro questa soluzione quando la chiedevano a gran voce i concorrenti (e finanche l’ex garante Antitrust Giuseppe Tesauro, all’inizio degli anni 2000), si sia convinta ora che nessuno gliela chiede più.

Ma è un paradosso solo apparente. Allora lo scorporo era richiesto per avere un mercato più trasparente, in cui Telecom praticasse agli altri operatori condizioni e prezzi identici rispetto a quelli riservati a se stessa, mentre oggi viene deciso per ragioni di carattere finanziario, dal momento che il gruppo ha un debito troppo elevato e manca delle risorse necessarie a proiettarsi nel futuro. Separare la rete significa infatti creare una nuova società che porti sulle spalle almeno un 20-25 per cento dei suoi 28,7 miliardi di debito e far entrare in campo (eventualmente anche con la quotazione in borsa) capitali in grado di sostenere gli investimenti per la nuova rete in fibra ottica (di cui si parla a vuoto almeno da 3 o 4 anni) che sembra l’unica carta per dare qualche prospettiva a un business che declina in modo sempre più allarmante.

La spiegazione di questa mossa, in fondo, è proprio nei pessimi numeri che il colosso delle telecomunicazioni ha presentato ieri. Da un anno a questa parte il fatturato è calato di oltre l’8 per cento (6,8 miliardi nel primo trimestre del 2013) e il risultato netto prima delle imposte del 21 (1,28 miliardi), mentre il debito, che negli anni precedenti era sempre sceso, ha ricominciato a salire, aumentando di quasi mezzo miliardo di euro (28,7 miliardi). C’è bisogno di un cambio di marcia e si spera che il miglioramento finanziario derivante dallo scorporo della rete possa aiutare a invertire la tendenza. Questa è la vera, importantissima partita che Telecom Italia e l’intero sistema italiano delle telecomunicazioni giocheranno nei prossimi mesi (comunque non pochi: lo scorporo richiede circa un anno di tempo), quasi certamente avendo come partner la Cassa depositi e prestiti, con le sue massicce risorse finanziarie e il suo profilo di investitore di lungo periodo. Non per niente la novità arriva subito dopo la formazione del nuovo Governo e l'attribuzione delle telecomunicazioni al viceministro dello sviluppo economico Antonio Catricalà.

Tutto il resto viene dopo, compresa l’eventuale apertura delle porte (nella società operativa, non certo in quella della rete) ai cinesi di 3. La decisione al riguardo è slittata di un mese, dopo il quale si vedrà se ci sono le condizioni e se le valutazioni, al momento ancora molto distanti, sui rispettivi valori potranno giungere a un punto di incontro. Oggi sembra un po’ meno probabile di ieri, ma in fondo non è così importante.

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