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Tata, le auto a poco prezzo passano di mano

L'impero del magnate indiano passa a Cyrus Mistry. Ecco perché e quali sfide aspettano il successore

Tata: presidente lascia dopo 21 anni

I cambiamenti ai vertici sono momenti particolarmente delicati per qualsiasi azienda. Figuriamoci quando si tratta di colossi come Tata, in India leader indiscusso in moltissimi settori, dalle bevande all'acciaio, passando per il turismo, le telecomunicazioni e le consulenze, non solo in quello automobilistico per cui è nota in Occidente. E quando a rinunciare alla leadership è un uomo come Ratan Tata, 73 anni, che ha guidato il gruppo per due decenni consecutivi, le cose si complicano ancora di più. Cerchiamo di capire il perché.

Nonostante i suoi 144 anni, quindi pur essendo molto più vecchio del paese in cui è stato fondato, il gruppo Tata è solidissimo, ed è anche uno dei pochi colossi internazionali che ha continuato ad espandersi nonostante l'impatto negativo della crisi finanziaria internazionale e in un contesto economico, quello indiano, che imprenditori e analisti considerano sempre meno attraente a livello di potenzialità di crescita e sviluppo.

In base alle stime degli addetti ai lavori, il valore del gruppo è di circa cento miliardi di dollari. Il marchio Tata, invece, ne vale addirittura 16,3. Una stima che gli ha permesso di piazzarsi al 45esimo posto nella classifica dei brand più quotati del mondo.

Eppure, nel 1991, quanto Ratan aveva ereditato l'azienda dal suo leggendario predecessore, JRD Tata, la situazione era molto diversa. Un po' perché quest'ultimo non aveva avuto vita facile nell'impresa di far crescere un'azienda in un'economia super regolamentata e controllata dallo stato come quella indiana. E un po' perché i dirigenti che volevano fare le scarpe a JRD avevano scelto Ratan convinti che si sarebbe rivelato un Amministratore Delegato facilmente manipolabile.

E invece così non è stato. Ratan ha tenuto alto il nome della quinta generazione Tata e ha scelto da subito di puntare tutto sul marchio. L'ottima reputazione di cui godeva l'azienda, infatti, dal suo punto di vista non sarebbe stata sufficiente per farla crescere. Ed è stata proprio questa strategia a permettergli di tagliare traguardi di volta in volta più ambiziosi. Tra i più importanti l'inserimento, nel 2008, nella classifica di Business Week delle dieci aziende più innovative del pianeta.

Una volta creato il marchio, Ratan ha voluto introdurre un nuovo, drastico, cambiamento. Voleva che il gruppo smettesse di concentrarsi esclusivamente sull'India, sia per la produzione sia per le vendite, per ampliarne gli orizzonti internazionali. Per mezzo di fusioni, acquisizioni e aumenti dei flussi commerciali. Oggi il gruppo conta cento aziende in ottanta paesi. Dove da lavoro a circa 450mila persone. E' riuscito ad acquisire marchi come Jaguar e Land Rover, e ha messo sul mercato la famosissima Nano, la mini-auto da molti etichettata come la macchina del futuro.

L'internazionalizzazione del gruppo, però, non può considerarsi ufficialmente completata. Ecco perché sempre più analisti si interrogano sul modo in cui Cyrus Mistry, il successore designato, deciderà di portarla avanti. Persona semplice, alla mano, avido lettore, con un buon senso dell'umorismo e, soprattutto, con i piedi per terra, dalla stampa locale Mistry è stato battezzato come l'uomo della transizione. Scelto da Ratan per aiutare Tata a familiarizzare con il resto del mondo senza dover rinunciare ai propri valori.

Il gruppo Tata ha fondato il suo successo su ideali come fiducia, integrità e impegno. Valori che una popolazione dall'animo sfacciatamente conservatore e dall'attitudine fortemente protezionista come quella indiana ritiene dovranno essere abbandonati per "sopravvivere nell'arena della globalizzazione". Eppure, vale la pena ricordarlo, anche il tycoon più stimato del Subcontinente ha i suoi scheletri nell'armadio. Nessuno ha infatti dimenticato le violente proteste che accompagnarono, nel 2007, le acquisizioni dei terreni nel Bengala Occidentale dove avrebbero dovuto essere costruite le fabbriche per la Nano. Che, per salvare la faccia e il portafoglio, furono poi trasferite in Gujarat.

L'unica cosa che conta per Ratan Tata è raggiungere un compromesso accettabile. E il compito di riuscirci è stato affidato a un irlandese di 43 anni. Che pur conoscendo benissimo il Subcontinente (la moglie è indiana e suo padre, il costruttore Pallonji Shapoorji Mistry, vi ha costruito la sua fortuna) resta pur sempre uno straniero. Che dovrebbe capire l'Occidente molto meglio di qualsiasi indiano.

L'impresa non è certo facile, tant'é che nel discorso in cui ha ufficializzato la sua intenzione di ritirarsi Ratan ha sottolineato che "gli anni della crescita esponenziale sono ormai finiti", e che "non sarà facile, ma nemmeno impossibile, continuare ad espandersi in un contesto in cui la competizione è aumentata e la domanda si è drasticamente ridotta". Quasi a giustificare eventuali tentennamenti del suo delfino europeo. Di cui continuerà a monitorare le scelte in qualità di “Presidente Onorario” del gruppo più prestigioso e ricco dell'India.

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