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Aziende

Start-up, cambiare cultura in Italia è un passo obbligato

Fallire non deve essere un dramma. Anzi. L'America insegna

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse13-04-2012 RomaEconomiaConvegno Luiss - Fare impresa? Non è più un impresaNella foto Corrado PasseraPhoto Roberto Monaldo / LaPresse13-04-2012 RomeConference organized by Luiss universityIn the photo Corrado Passera

Che l’Italia sia riuscita a dare una definizione di cosa sia una start-up è già un successo. Un punto questo messo a segno - dopo anni di interpretazioni vaghe -  dal ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera e dal suo decreto Crescita 2.0, approvato ad ottobre. All’interno del provvedimento, infatti, start-up è definita "un’azienda che sia titolare di almeno un’invenzione industriale o biotecnologica, operativa da non più di 48 mesi, con una produzione annua non superiore a 5 milioni di euro, che non abbia mai distribuito utili e non nasca da fusioni, scissioni o cessioni e che impieghi capitale umano con una preparazione accademica assimilabile al dottorato di ricerca".

Crescita ed innovazione, da ottenere soprattutto con il miglioramento dell’ecosistema necessario alle start-up per moltiplicarsi, sono state nel corso dell’ultimo anno al centro dell’operato del governo guidato da Mario Monti, che a poche settimane dal suo insediamento ha promosso la creazione di una vera e propria Task Force composta da vari player italiani afferenti al mondo dell’impresa e dell’innovazione. Menti e professionalità chiamate ad unire le competenze per produrre un piano di “sviluppo digitale” in grado di far ripartire l’Italia e portarla a competere col resto del mondo.

Nonostante le start-up contribuiscano alla crescita economica di un paese sia in maniera diretta che attraverso l’innovazione, l’Italia è ancora indietro sia per numero di iniziative che nascono ogni anno che per ammontare di investimenti ricevuti. Perché queste possano avviarsi, crescere ed internazionalizzarsi, occorre che l’intero ambiente politico-economico sia pronto a supportarle. E che il nostro sistema paese cambi cultura. Soprattutto per quanto riguarda il concetto di fallimento. Non un dramma ma un'occasione mancata da cui imparare per ricominciare meglio.

È così che grazie al lavoro svolto dai membri della Task Force (pubblicato nel rapporto “Restart Italia” ) ed al pressing su governo e parlamento operato dal ministro Passera, nel corso della corrente legislatura è stato approvato “un complesso di norme che puntano in modo ambizioso a fare del nostro paese, un paese in cui l'innovazione rappresenti un fattore strutturale di competitività" come ha detto orgogliosamente il presidente del Consiglio Mario Monti.

Le misure che riguardano l’agenda digitale mirano al miglioramento dei servizi da offrire ai cittadini (primo fra tutti il "documento digitale unificato", comprensivo di carta d'identità elettronica e tessera sanitaria) e ad allentare gli stretti lacci della burocrazia italiana ma anche a dare avvio al processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione che dovrebbe ripristinare parte della fiducia degli investitori stranieri.

Nel tentativo di promuovere la semplificazione, il ministero dello Sviluppo Economico ha provveduto anche a far approvare la nascita di società semplificate a responsabilità limitata su internet ed altre misure di sostegno per ogni fase di vita delle nuove imprese tra cui semplificazione per il lancio, stanziamento di risorse finanziarie e spazi fisici per la crescita, modalità di exit o di chiusura per la fase di maturità. Oltre a sgravi fiscali e apposite disposizioni contrattuali volte a facilitare per queste imprese i processi di assunzione.

Perfino la chiusura e il fallimento eventuale dovranno avere procedure meno pesanti “perché bisogna cambiare la cultura dell'impresa in Italia” ha dichiarato il Ministro Passera. "Non riuscire fa parte del gioco”.

“La cultura del fallimento, strettamente connessa con quella del successo, è stata troppo a lungo sconosciuta agli italiani” ci dice Elizabeth Robinson, dello Steering Committee di Fulbright Best, il programma che distribuisce borse di studio che ogni anno consentono a 20 giovani italiani di studiare e lavorare per nove mesi in una startup americana. “In Italia non manca più la filiera che a partire dall’educazione accompagna l’imprenditore dalla fase di startup a quella dell’exit strategy e dell’internazionalizzazione. Tuttavia la strada è lunga. Molto è stato già fatto ma non basta. Nei confronti dell’Italia e della sua burocrazia permane una grande diffidenza, soprattutto da parte degli investitori esteri ”.

A questo scopo il ministro Passera ha creato il Desk Italia, lo sportello unico che farà capo al ministero dello Sviluppo Economico e coordinerà tutti gli altri soggetti che operano nel settore accompagnando i nuovi investitori esteri interessati all'Italia nel gomitolo di normative centrali e locali. “Qui è difficile ma non impossibile”, aggiunge Robinson. “Ma dato che sappiamo che nonostante tutto in Italia rimangono sempre delle difficoltà tecniche da superare, mandiamo i ragazzi in America. Lì imparano che se si ha un’ idea valida si può bussare a qualsiasi porta e si hanno molte possibilità di ottenere quanto si cerca".

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