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Starbucks, il caffé combatte il Fiscal Cliff

Nei coffee shop è partita una campagna di sensibilizzazione (a doppio taglio) sulle tazze da caffè

Una tazza di Starbucks riporta la scritta "Come togethe" con cui la più grande catena di caffetterie vuole lanciare un messaggio alle istituzioni sui rischi legati a un mancato accordo per il Fiscal Cliff (AP Photo/ Evan Vucci)

Starbucks vuole salvare l’America dal Fiscal Cliff . E conta di farlo una tazza alla volta. A poche ore dal drammatico appuntamento con gli aggiustamenti automatici che prevedono tagli alla spesa pubblica e un aumento delle tasse del 2% per tutti i lavoratori, l'amministratore delegato Howard Schultz ha pubblicato un messaggio sul sito aziendale.

Facendo riferimento alla recente tragedia della scuola Sandy Hook e richiamandosi allo spirito natalizio, Schultz invita gli americani a venirsi incontro. Letteralmente. In questi ultimi giorni dell’anno, infatti, i suoi baristi di 120 locali dell’area di Washington hanno la possibilità di scrivere "Come together" (veniamoci incontro) su ogni tazza di latte o frappuccino servita ai clienti della città. "Si tratta di un piccolo gesto – spiega -, ma i piccoli gesti sono ciò di cui è fatta Starbucks. Immaginate la potenza dei nostri partner, come Aol e la sua piattaforma di news locali Patch e delle nostre centinaia di migliaia di clienti che condividono un messaggio così semplice".

La presa di posizione del manager, in realtà, non coglie nessuno di sorpresa. Poche settimane fa, parlando con Cnn , Schultz aveva etichettato il Fiscal Cliff come una variabile che avrà un effetto sismico sul resto del mondo. "Il mio invito è che chi deve decidere, entri in quela stanza lasciandosi alle spalle il proprio ego, con l’intenzione di trovare un accordo".

In realtà, le cose sono un po’ più complicate del "come together" con cui Schultz invita a trovare un compromesso. Perchè il manager nel suo messaggio, fa notare Forbes , fa apertamente riferimento alle posizioni di Fix the Debt , un’organizzazione a cui fanno capo i ceo delle più grandi imprese americane. Per l’Huffington Post , è l’ultima forma delle lobby pro-milionari e pro-corporate. Finanziata con 60 milioni di dollari, Fix the debt conta fra i propri membri oltre 90 ceo, personaggi come Jeff Immelt di General Electric, James McNerney di Boeing e Lloyd Blankfein di Goldman Sachs e altri bei nomi di Fortune500 .

Il loro manifesto, pubblicato dal Wall Street Journal, ha attirato più di una critica . La ricetta per risolvere il problema del debito proposta alle istituzioni da Fix the debt, infatti, è composta da tagli alle tasse per le grandi corporation , tagli alla spesa sociale come Medicare, Mediaid e allargamento della base fiscale.

La proposta di manager che si sono assicurati pensioni da 110mila dollari al mese (tanto porteranno a casa al compimento del 65° anno d’età una dozzina di sostenitori di Fix the debt), mentre il reddito medio dei lavoratori americani si attesta su 50mila dollari l’anno, non ha raccolto il favore degli americani. La campagna di Howard Schultz, a quanto pare, corre il rischio di trasformarsi in un boomerang: a poche ore dal lancio dell’operazione, infatti, si moltiplicano i tweet di clienti confusi da un messaggio che non comprendono o infastiditi per la presa di posizione dell’azienda. Intanto, la data del Fiscal Cliff si avvicina, più della soluzione.

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