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Nel centro di ricerca dell'Eni dove nascono le benzine del futuro

Qui il team guidato da Giuseppe Tannoia disegna il futuro del gruppo. Tra diesel fatti con le alghe e macchinari che trasformano la CO2 in polvere

ENI-RICERCA

Giuseppe Tannoia, Direttore per la ricerca ed innovazione tecnologica di Eni – Credits: Roberto Caccurri/Contrasto

Benzine fatte con il gas, alghe che vanno a finire nei motori diesel, bio-olii ricavati dalla frazione umida dei rifiuti urbani. Ci saranno anche questi carburanti nel nostro futuro, e contribuiranno ad abbattere le emissioni di inquinanti e di anidride carbonica (CO2) forse anche più delle auto elettriche. Una rivoluzione silenziosa, che avviene lontano dai riflettori dei media stregati dalle imprese di Elon Musk con le sue Tesla e storditi dal dieselgate, lo scandalo che sembra aver segnato la morte del propulsore più amato dagli europei. Tutti sono convinti che nel giro di pochi anni viaggeremo su vetture elettriche, ma la realtà probabilmente è diversa e la transizione dal motore a scoppio a quello a batteria sarà lunga e ricca di sorprese. 

Per rendersene conto occorre entrare in uno dei centri di ricerca più importanti del Paese e dell’industria petrolifera: quello dell’Eni a San Donato Milanese, realizzato ai confini della Metanopoli voluta da Enrico Mattei. Qui un esercito di 540 ricercatori affiancati da quasi 200 tra ingegneri e progettisti, disegna il futuro del cane a sei zampe collaborando con università italiane e straniere. Qui si fanno le tomografie alle rocce dei giacimenti, si studiano i batteri che puliscono le aree industriali dismesse, si creano sistemi che aumentano l’efficienza e la sicurezza degli impianti petroliferi e delle raffinerie. Qui si inventano sottomarini-robot che seguono i gasdotti fino a tremila metri di profondità per segnalare eventuali anomalie. Oppure super-aspiratori che nel giro di poche ore possono essere trasportati nell’area di un incidente di una piattaforma in mare e risucchiare fino a 5 mila barili di petrolio al giorno. 

170 milioni in ricerca

Un’attività che si svolge in laboratori impegnati in campi molto diversi, dall’analisi di molecole alle risonanze magnetiche, dalla chimica alla fisica. In queste stanze vengono scritti ogni anno 160 articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche del mondo, qui sono nate 6.600 invenzioni registrate come brevetti proprietari. Il gruppo Eni (55 miliardi di fatturato) investe ogni anno in ricerca circa 160-170  milioni e, grazie alle scoperte dei suoi scienziati, ottiene un ritorno  maggiore di 700 milioni annui. A capo del centro di ricerca Eni c’è un geologo di 58 anni, Giuseppe Tannoia. Ed è lui ad accompagnare Panorama in un viaggio alla scoperta di alcune innovazioni che potrebbero cambiarci la vita. 

Il frutto di uno di questi studi è un liquido trasparnte contenuto in una boccetta di vetro: «È un olio ricavato  dalle alghe» indica Tannoia «e sostituirà la quota di green diesel  da olio di palma che ora finisce nel diesel Plus con una percentuale del 15 per cento. Il nostro obiettivo, infatti, è studiare bio-carburanti che non interferiscano con la catena alimentare». Un impianto in Sicilia sta già lavorando su questo progetto, con un procedimento che utilizza la CO2 emessa da un centro petrolifero per arricchire di carbonio le microalghe e poi trasformarle in olio: grazie al processo Ecofining di Eni, è l’unico bio-carburante che può essere usato anche dagli aerei. «Nel nostro altro centro di Novara stiamo testando anche un olio ricavato dalla frazione umida dei rifiuti urbani. Questo prodotto potrà essere raffinato e come il petrolio diventare gasolio, benzina o altro». Ancor più dirompente è il progetto che riguarda il metanolo: «Si tratta di un alcool ricavato dal gas metano» spiega Tannoia. «Stiamo studiando nuove benzine con una quota crescente di metanolo, fino all’85 per cento. Si tratta di carburanti che non emettono né zolfo né particolato e immetterebbero nell’aria meno CO2 essendo a base di gas». 

La CO2 finisce nel serbatoio

Nella corsa all’abbattimento della CO2 è coinvolto anche un team di ricercatori dell’Eni che sta lavorando insieme al Mit (Massachusetts institute of technology) di Boston: l’idea è di creare un sistema, montato a bordo dei veicoli, capace di immagazzinare l’anidride carbonica in uscita dal motore. Quando l’automobilista va a fare benzina, scarica presso la stazione di servizio il serbatoio di CO2. «Un sistema del genere permetterebbe di abbattere del 10-20 per cento le emissioni di anidride carbonica del motore. Considerando l’intero ciclo di produzione di una vettura, questo tipo di auto produrrebbero meno CO2 di un veicolo elettrico». Lungo uno degli sterminati corridoi del centro di ricerca si apre una grande stanza dove è in piena attività quella che sembra una raffineria in miniatura: in realtà è un impianto-pilota che riesce a compiere un altro «miracolo», trasformare l’anidride carbonica in polvere. «Prendiamo uno scarto della lavorazione dell’industria mineraria  e, attraverso un particolare procedimento chimico, le facciamo assorbire la CO2. Così diventa un materiale da usare nell’edilizia: ad esempio nei cementi. Da un chilo di materiale di partenza si ottiene circa un chilo e mezzo del nuovo materiale» sottolinea Tannoia mentre mostra due barattoli prima e dopo «la cura», uno mezzo vuoto e l’altro quasi pieno.

Pur studiando tutti i modi per rendere più sostenibili i carburanti di origine fossile, il centro dell’Eni si è anche lanciato nelle energie rinnovabili. Uno dei risultati delle ricerche si trova in una sala illuminata da una finestra con i vetri colorati di giallo: «Questi vetri sono impastati con speciali pigmenti che convogliano parte della luce sui bordi della finestra, dove delle celle fotovoltaiche la trasformano in elettricità. Queste finestre, che possono essere di vari colori, permettono di diminuire i consumi di elettricità di un appartamento. E non hanno bisogno della luce diretta come i normali pannelli solari». 

Finestre fotovoltaiche

Appoggiato su un tavolo c’è proprio un pannello solare con accanto una specie di nastro semitrasparente. Tannoia fa sentire il peso del pannello che, in effetti, non è poco. Poi ti passa il nastro: leggerissimo. «Questa è una pellicola fotovoltaica flessibile che può essere montata ovunque a costi molto più bassi rispetto ai pannelli tradizionali. Non è a base di silicio ma di un materiale organico che viene stampato sulla pellicola: un procedimento semplice ed economico. Per ora ha un’efficienza e una durata inferiore rispetto ai pannelli a base di silicio, ma siamo fiduciosi, la ricerca continua ad andare avanti». Certo, è paradossale vedere un gruppo che ha costruito il suo successo sul gas e sul greggio investire soldi nell’energia solare. Ma Tannoia è convinto che il futuro vedrà intrecciarsi più fonti energetiche, sia di origine vegetale, sia di idrocarburi. E che la parola fine alla storia del petrolio e del metano non sarà scritta molto presto.

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