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Marzotto, peccato: quel nome evocava solo stile italiano

Se l'accusa di evasione fiscale fosse confermata ad uscirne danneggiata sarebbe soprattutto l'immagine di un brand sinonimo di lusso italiano

La sede milanese della Marzotto (Credits: Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

Cuore a sinistra, portafoglio a destra: se risultassero confermate le accuse della Procura di Milano alla famiglia Marzottoun'evasione fiscale-monstre da 65 milioni di euro nella vendita della Valentino – si confermerebbe il vecchio adagio, da sempre applicabile a tanti capitalisti italiani della “sinistra al caviale”. Aver orchestrato una triangolazione tra Lussemburgo e Isole Cayman, esterovestendo una plusvalenza da 199 milioni di euro ottenuta con la cessione di Valentino, sarebbe una di quelle classiche, deprimenti scelte che hanno spesso inquinato la condotta civica dei grandi ricchi d'Italia, fino a condurre in qualche caso – eclatante la condanna dei “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno e Emilio Gnutti che nel '99 scalarono la Telecom attraverso la holding lussemburghese Bell – a batoste fiscali memorabili.

“D'altronde – ci ricorda un illustre fiscalista italiano, che sta seguendo con attenzione il caso Marzotto – il nostro Paese è collocato al 127esimo posto su 183 Stati del mondo per oppressività fiscale, e quindi è quasi fatale tentarle tutte per pagare meno tasse, chi non elude neanche un po' più che un onesto cittadino finisce per sembrare un eroe civico”...

Nello schieramento difensivo dei Marzotto, una crepa potrebbe essere rappresentata dalla scelta di Matteo Marzotto – sicuramente il più in vista della nuova generazione – di scegliere un collegio diverso da quello che si è schierato a tutela del grosso della famiglia, composto da due nomi celeberrimi delle cronache giudiziarie degli ultimi anni, Niccolò Ghedini (sì, il parlamentare Pdl difensore dell'ex premier Silvio Berlusconi) e il suo collega Piero Longo: Matteo si è cioè affidato a un pool coordinato dal “decano” dei fiscalisti italiani, Victor Uckmar, quasi a voler contestare sul piano squisitamente tecnico la ricostruzione di un comportamento che, se dimostrato, potrebbe semmai rivelare sbavature nella terra di confine tra ottimizzazione fiscale lecita e evasione.

Mentre quell' “evidente abbaglio” attribuito da Ghedini e Longo alla ricostruzione della Procura sulla fuga dei capitali alla Cayman rivela un approccio più radicale: è tutto falso, siamo puliti. Un'aggressività ben nota, nell'approccio dei due celebri principi del foro...

La dinamica dei fatti, pur nella sua complessità tecnica, è banale: la cessione del Valentino Fashion Group (Vfs) dai Marzotto al fondo Permira avviene attraverso una holding lussemburghese, la Icg, che incassa il controvalore di 622,3 milioni di euro, comprensivi della plusvalenza di 199 milioni. Due mesi dopo, la Icg investe 150 milioni acquistando una società delle isole Cayman. Insomma, una doppia mossa per pagare meno tasse sulla plusvalenza (fischello lussemburghese anziché fisco-dracula italiano) e sul successivo investimento. Se è vero, è una brutta cosa - si vedrà quanto penale e quanto sanabile con una maximulta - del cui controvalore la Procura si è garantita sequestrando beni immobili per 65 milioni di euro.

Il tutto, è evidente, ha fatto e farà notizia anche per ciò che il nome Marzotto evoca: l'unico nome che reggeva il paio con quello degli “Agnelli” per identificare i “grandi ricchi”, i “padroni del vapore”, i veri capitalisti-magnati ai quali perfino i comunisti italiani, pur osteggiandoli, riconoscevano un certo rispetto. Perchè erano ricchi, erano padroni del vapore sul serio, avevano migliaia di operai, e perchè stavano a loro agio nei panni da ricchi. E poi perchè evocavano il jet-set, luogo di icone un tempo esclusive: Cortina d'Ampezzo prima dei film di Vanzina, Porto Cervo prima di Abramovich, le spiagge per vip, quando non c'erano “lidi mappatella” a cento metri di raggio.

E poi c'era lei, la “Regina della Costa” (Smeralda), Marta Marzotto, con suoi i mirabolanti vestiti multicolori, i quadri di Guttuso in ogni dove, una Cenerentola nata da gente umile e diventata principessa. E le simpatie progressiste del conte Pietro, per trent'anni a capo del gruppo.

Se su tutto questo calasse non solo l'ombra ma la conferma del reato fiscale, alla fine ad uscirne danneggiate sarebbero certo le casse di famiglia, le fedine penali degli inquisiti, ma ancor più l'immagine di uno nome divenuto nei decenni un sinonimo di stile italiano: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto”.

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