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Ilva, dal Governo ok al commercio dei prodotti

Un emendamento interpretativo stabilisce che l’azienda è "autorizzata alla produzione ed alla commercializzazione dei prodotti, compresi quelli realizzati prima del decreto legge". E l’Ilva annuncia: da oggi 1.400 dipendenti senza lavoro.

Operai Ilva durante una manifestazione

“Quell’acciaio non si vende”. La giudice per le indagini preliminari, Patrizia Todisco, ha bocciato la restituzione dei materiali sequestrati nello stabilimento siderurgico e sulle banchine del porto dando così ragione alla Procura tarantina, che la settimana scorsa si era opposta al dissequestro. Una posizione non gradita al ministro Clini che si è appena recato alla Camera per presentare un emendamento governativo al Dl “salva Taranto”. L’emendamento chiarisce che anche la commercializzazione fa parte del ciclo produttivo, anche “di quei prodotti realizzati antecedentemente all’entrata in vigore del presente decreto legge per un periodo di 36 mesi, ferma restando l’applicazione di tutte le disposizioni contenute nel presente decreto legge”. Da quanto apprende Panorama.it, Il parlamento ha approvato l'impianto del decreto legge, bocciando le pregiudiziali di anticostituzionalità presentate da Lega e Italia dei Valori.

In attesa della conversione definitiva del decreto legge, la risposta dell’Ilva non si è fatta attendere. Dura, sferzante e contro i lavoratori. “La produzione giacente in stabilimento, generata prima e dopo il 26 luglio 2012 e fino al 2 dicembre 2012, circa 1.700.000 tonnellate, per un valore di circa 1 miliardo di euro, non potrà essere inviata agli altri stabilimenti del Gruppo per le successive lavorazioni o consegnata ai clienti finali – si legge nella nota -. Da ora e a cascata per le prossime settimane circa 1.400 dipendenti, appartenenti prevalentemente alle aree della laminazione a freddo, tubifici e servizi correlati, rimarranno senza lavoro”.

SENZA INTERVENTO GOVERNATIVO SI RISCHIA LA PARALISI

Una situazione “drammatica”, per stessa ammissione dei vertici dell’azienda che già fa gridare ad alcuni sindacalisti locali al “ricatto occupazionale”. Altri, come Rocco Palombella, segretario generale della Uilm , sono più pragmatici. “Questa azienda è diventata fragile vulnerabile ad ogni tipo di attacco ed è un pericolo serio per l’economia italiana e per la difesa dei posti di lavoro – sottolinea a Panorama.it il sindacalista che ha vissuto all’Ilva 40 anni di vita lavorativa -. Non ritengo questa decisione una provocazione da parte dell’azienda, ma un fatto normale dal momento che i magazzini scoppiano di manufatti e non ce la si fa a smaltirli. Se non interverrà il Governo con un emendamento interpretativo, nelle prossime settimane si rischierà la paralisi”.

E ora che succederà? “Si creerà un effetto domino, a partire da Taranto fino a tutti gli altri stabilimenti italiani ed europei” aggiunge Palombella. In particolare, questi 1400 annunciati dall’azienda “andranno in cassa integrazione a 13 settimane o in ferie, in aggiunta ad altri 1200 già dichiarati in esubero dopo la tromba d’aria dello scorso 28 novembre che aveva distrutto alcuni reparti”. Poi sarà la volta di Novi Ligure e Genova, dove i sindacalisti locali temono che nei prossimi giorni possano essere coinvolti non meno di 1500 operai. “L’azienda ha illustrato un piano di produzione per arrivare al 7 gennaio senza bloccare gli impianti. Quello è giorno in cui dovrebbe approdare a Genova la prima nave con materiali non corpo del reato da Taranto”, ci dicono fonti della Fiom ligure . In pratica, fino al 24 dicembre si lavoreranno i laminati più vecchi, quelli già presenti nelle due fabbriche. Poi, tra giorni di festa, ferie, la rimodulazione dei contratti di solidarietà e la manutenzione ordinaria dello stabilimento si arriva al 7 gennaio. “Ma fino a quella data tutto potrebbe ancora cambiare”, aggiungono.

Altri 2 mila e 500  negli stabilimenti europei e in Africa: Racconigi, Salerno, l’Hellenic Steel a Salonicco, la Tunisiacer a Tunisi, diversi stabilimenti in Francia, i centri servizio Ilva a Torino, Milano, Padova, l’impianto di Marghera. Questi impianti, secondo l’azienda, saranno costretti a  “fermarsi a catena in attesa di ricostituire la scorta minima per la ripresa dei processi produttivi”. “I lavoratori all’interno della fabbrica a Taranto sono molto stanchi e cominciano a dare segnali di insofferenza – aggiunge il numero uno della Uilm -. Non oso immaginare cosa succederà, a livello sociale e familiare, quando ai cassaintegrati arriverà il prossimo mese la busta paga dimezzata: come vivranno e come manderanno avanti le proprie famiglie?”.

Un’altra emergenza nello stabilimento tarantino è quello delle gru al porto. Ieri i lavoratori degli impianti marittimi non sono saliti sui mezzi in ragione della giornata di forte vento. Lo scarico avviene a rilento e lo stabilimento siderurgico ha solo quattro giorni di autonomia. "Ci sono solo 500 mila tonnellate di materie prime e marciano a rilento i tre altoforni. Ieri funzionavano gli impianti due e cinque ed era fermo il numero quattro. Il timore è che anche l’area a caldo possa essere investita dagli esuberi – conclude Palombella -. Valuteremo nei prossimi giorni eventuali proteste e manifestazioni, senza strumentalizzare il clima da campagna elettorale che si è già aperto in Italia, ma pensando solo al bene dei lavoratori e al futuro di questa azienda contro cui tutti si stanno accanendo”.

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