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Il turismo: quanto rende in Italia

Il nostro Paese si divide: una parte investe e porta a casa visitatori e soldi, un'altra spende molto più di quanto incassa. E sulla tassa di soggiorno...

Venezia

Il ponte della Paglia che collega piazza San Marco con i sestrieri ad est della citta, percorso da centinaia di turisti in visita nella citta lagunare per il ferragosto. Venezia, 14 agosto 1997 – Credits: ANSA /Andrea Merola

di Paolo Ermano (docente di economia internazionale e riercatore del Centro Studi ImpresaLavoro)
ed Elisa Qualizza (ricercatrice del Centro suti ImpresaLavoro)

Il fenomeno del turismo di massa sta investendo molte città italiane, complici gli alti tassi di crescita sia sul fronte degli arrivi (rispetto all'anno precedente, nel 2015 si è registrato un più 6,6 per cento di stranieri) sia dei pernottamenti internazionali (più 17 per cento rispetto al 2010), per un giro d'affari intorno ai 35 miliardi di euro.

Anche in questo settore esistono peraltro due Italie. Infatti, si procede in ordine sparso e ogni regione viaggia per conto proprio: chi con le sue agenzie di promozione regionale, chi affidandosi più o meno al caso. I turisti affollano sempre di più le città di interesse storico e artistico, scelte da uno straniero su due, e le località di mare (uno su cinque).

E il top è il Nord-Est, capace da solo di raccogliere quasi il 50 per cento delle presenze straniere: parliamo di circa 83 milioni di pernottamenti e poco meno di 10 miliardi di euro concentrati in quattro regioni, di cui quasi la metà prodotti nel solo Veneto.

Le quattro regioni del Centro si dimostrano invece la macro area più redditizia, con poco meno di 50 milioni di pernottamenti e quasi 11 miliardi di giro d'affari. Infine, la Lombardia, che con le presenze straniere fattura all'incirca 6 miliardi. Queste nove regioni insieme raccolgono il 75 per cento dell'intero mercato. A tutte le altre, invece, restano soltanto le briciole.

Dal 2010 al 2015 le spese dirette a sostegno del turismo (dalla promozione alla costruzionee ammodernamento di infrastrutture alberghiere fino ai contributi per manifestazioni culturali, religiose o artistiche) sono state pari a 6,6 miliardi di euro. Risorse che non includono le spese per beni di cui usufruiscono tutti (turisti e residenti): infrastrutture di trasporto, tutela del paesaggio nonché manutenzione dei luoghi d'arte e di vacanza.

Nel 2015 la spesa media nazionale per il turismo è stata di 2,8 euro per ogni pernottamento, in ripresa rispetto al 2014: si va da 1 euro per pernotto speso dalla Toscana, ai quasi 2 euro del Veneto, fino ai quattro della Sardegna, gli otto del Friuli Venezia-Giulia, per chiudere con la Basilicata che ne spende più di 10.

Se nel periodo 2010-2015 l'Italia ha registrato un più 5 per cento di pernottamenti, la mappa dei risultati ottenuti appare tipicamente a macchia di leopardo: in quegli stessi anni, per esempio, il Piemonte ha ridotto la spesa di promozione del 50 per cento, ottenendo un più 11 per cento di pernottamenti; la Basilicata, invece, spendendo il 7 per cento in più ha registrato un più 22 per cento; in Calabria, poi, si è speso il 25 per cento in più con risultati pari a zero; il Friuli Venezia Giulia ha contratto la spesa del 5,5 per cento segnando addirittura un meno 9 per cento di pernotti.

A riprova del fatto che per attrarre turisti non basta spendere, ma occorre farlo bene. Quello del turismo è sicuramente un settore molto redditizio che però genera anche una moltitudine di costi economico - sociali difficili, se non a volte impossibili, da quantificare: quelli legati alla pulizia della città, alla gestione e smaltimento dei rifiuti, al mantenimento dell'ordine pubblico, alla prestazione di assistentenza sanitaria, per citarne alcuni.

Uno degli esempi più eclatanti è quello di Venezia, che da anni soffre in maniera rilevante gli effetti di un turismo di massa e che sta pagando il costo sociale dell'abbandono progressivo da parte dei suoi stessi residenti (nel centro storico sono passati dai 175 mila del 1951 ai 55 mila del 2016).

Nel 2015 la città lagunare ha infatti registrato 4,5 milioni di arrivi e 10,2 milioni di presenze: dati che non tengono nemmeno conto degli escursionisti (all'incirca il 75-80 per cento dei visitatori), ossia coloro che visitano la città in giornata senza pernottamento. Per ovviare al preoccupante sovraffollamento della città (che genera degrado e mette a rischio anche l'integrità fisica dei luoghi) è stato più volte proposto di contingentare il numero di turisti, per esempio con l'istituzione di un ticket a pagamento per prenotare l'ingresso in Piazza San Marco che limiti l'affluenza a circa 65 mila presenze giornaliere.

Uno studio del Venice Project Center intitolato Impacts of tourism. Analyzing the impacts of tourism on the city of Venice ha provato ad analizzare ricavi e costi, sia economici che sociali, del turismo in laguna. Parte dalla premessa che il settore turistico porta un ammontare considerevole di ricavi (hotel, ristoranti, mezzi di trasporto, biglietti dei musei) dei quali si stima che 397,4 milioni di euro rimangano alla città sotto forma di tasse raccolte.

Tra i costi vanno invece considerati tanto la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti che ha un impatto annuo di 44,8 milioni di euro (questo è l'extra costo determinato dai soli turisti, a Venezia infatti si produce il doppio dei rifiuti a persona rispetto alla media del Veneto) quanto il costo dell'inquinamento, per un totale di 20,6 milioni (le emissioni di CO2 costituiscono una grave esternalità negativa, ma che al momento non determina un effettivo esborso di denaro). Inoltre, i danni creati ai canali dal moto ondoso connesso al trasporto marittimo potrebbero costare 8,9 milioni all'anno in termini di riparazioni.

I costi totali - inclusi quelli ipotetici - si attestano a 74,3 milioni annui. Anche non considerando gli ovvi benefici occupazionali indotti dal settore turistico, emerge quindi che i ricavi sono comunque di cinque volte superiori ai costi, rendendo così molto difficile prendere decisioni sulla limitazione dell'afflusso turistico. Qui come altrove, purtroppo, il bilanciamento fra esigenze abitative e turistiche non ha ancora trovato un suo equilibrio.

Va comunque detto che i Comuni dispongono di risorse proprie per far fronte a parte dei costi sostenuti per l'accoglienza. In particolare, la raccolta della tassa di soggiorno è un buon indicatore della capacità di un territorio di spendere risorse generate dal turismo per migliorare l'attrattività del posto e, in generale, la qualità della vita dei cittadini residenti. Secondo un recente report commissionato da Federalberghi, il gettito raccolto nel 2015 dai Comuni attraverso questa imposta è stato pari a 415,6 milioni di euro: più 28 per cento rispetto all'anno precedente e più 166,4 per cento rispetto al 2012.

Un dato che si spiega non solo con maggiori flussi turistici, ma soprattutto con gli aumenti dell'imposta stessa e la sua applicazione in un numero crescente di Comuni. A incassarne più della metà a livello nazionale sono le grandi città d'arte come Roma (123 milioni di euro nel 2015, poco più di 100 nel 2016), Milano (61 milioni nel 2015), Venezia (27,5 milioni nel 2015) e Firenze (26,8 milioni nel 2015). Il prelievo ammonta a una media di 1,63 euro a pernottamento ed è scaglionato in base alla categoria di alloggio. Le risorse così raccolte dai Comuni appaiono quindi considerevoli e ulteriori introiti saranno attinti dal canale della sharing economy,a seguito della recente pubblicazione del decreto legge n. 50 del 2017 che obbliga anche le piattaforme di affitti brevi online a riscuotere l'imposta di soggiorno.

Secondo le stime dell'Osservatorio nazionale Jfc ciò potrebbe portare ulteriori introiti per quasi 95 milioni di euro. Il report di Federalberghi denominato Turismo e shadow economy ha censito ad aprile 2017 ben 214.483 alloggi disponibili in Italia su Airbnb, registrando un più 25,6 per cento rispetto al 2016. Secondo InsideAirbnb, sito indipendente che analizza i dati relativi alla piattaforma, a Venezia ci sono più di 6 mila alloggi a disposizione (prezzo medio a notte: 130 euro) contro i circa 400 alberghi e le circa 3.300 strutture extralberghiere ufficiali.

Colpisce che quasi il 70 per cento degli annunci siano a opera di soggetti con più di un alloggio a disposizione (per esempio, Rent It Venezia ne offre ben 81), trasformando di fatto la piattaforma in un'agenzia turistica non ufficiale che frutta in media circa 1.000 euro per alloggio al mese. Un discorso analogo si può fare per la capitale. Sulla piattaforma sono stati censiti infatti più di 25 mila alloggi per un prezzo medio a notte di poco inferiore ai 100 euro, va notato che anche qui oltre il 60 per cento degli annunci è riconducibile a soggetti con più alloggi a disposizione.

Ma come vengono impiegati gli incassi derivanti dalle tasse di soggiorno? Sempre secondo Federalberghi, il Comune di Venezia nel 2014 ne ha destinato il 45 per cento al settore turistico, il 37 per cento alla tutela dei beni culturali e il restante 18 a quella dei beni ambientali.

A Firenze queste percentuali sono state rispettivamente del 35,3, del 56,3 e dell'8,4. La classificazione delle spese però spesso è arbitraria e, analizzando le sottovoci, emerge come nel capoluogo toscano oltre tre quarti della quota apparentemente destinata al turismo sia in realtà costituita da "oneri di gestione del trasporto pubblico locale e dei servizi connessi".

Roma, invece, impiega appena il 6 per cento degli incassi ai settori del turismo e dei beni culturali e ambientali, dedicando il restante 94 per cento a non meglio precisati impieghi generali di bilancio. Ben più virtuoso e mirato è l'esempio di Milano, che nel 2014 ha destinato il 10,2 per cento del gettito della tassa di soggiorno allo sviluppo e valorizzazione del turismo, mentre l'89,8 per cento è stato impiegato in attività culturali e interventi diversi sempre riconducibili al settore culturale.

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