Aziende

Fiat, Ilva, de Tomaso, Nokia, Mps e le 140 crisi aziendali del 2013

L'elenco delle vertenze in mano al Governo è lungo. Imprese che nei prossimi 12 mesi dovranno decidere se vivere o morire

Un operaio dell'Ilva di Taranto (Credits: DONATO FASANO/AFP/GettyImages)

Settantaquattromila posti a rischio: è un numeretto breve ma agghiacciante, lo si legge alla fine di un documento ufficiale, pubblico, l'elenco delle vertenze di crisi aziendali oggi aperte al Ministero per lo Sviluppo economico (in fondo al post il testo integrale). I nomi di quest'elenco appartengono a 140 aziende in difficoltà, di tutti i settori e di tutte le regioni, con quasi 300 mila dipendenti di cui oltre un quarto sono “di troppo”. Aziende che nei prossimi mesi, entro il 2013, dovranno sapere quale destino gli è riservato, se vivere o morire. Una scadenza secca, netta, su cui lo spread e le elezioni c'entrano fino a un certo punto. Una grande sfida, forse la piùà grande di tutte, per l'economia reale italiana del 2013.

E questa panoramica non esaurisce l'argomento-crisi, perchè ci sono molte altre imprese “in sofferenza” - prima fra tutte, la Fiat – che non rientrano in quella classifica: come l'Ilva di Taranto, e altre ancora troppo grandi perchè le loro crisi siano affrontate soltanto al tavolo tecnico, presidiato da Giampiero Castano, un negoziatore di lungo corso, capace di grandi risultati ma, certo, oggi oppresso dalla valanga di problemi che si è accumulata sulla scrivania.

Un po' di nomi: il sito Fiat di Termini Imerese, la De Tomaso, il gruppo ex-Lucchini, Nokia/Siemens, Videocon, Sixty, Italtel. A questi elenchi si aggiungono ulteriori casi “sotto stretta osservazione”, per un totale di oltre 300 dossier (che riguardano altrettante aziende o gruppi di imprese). Una tragedia? Dipende: per un Termini Imerese irrisolto, per un'Alcoa sospesa nell'incertezza, ci sono state anche soluzioni felici. Per esempio la vertenza della Honda, quella di Fincantieri rasserenata dalle nuove maxicommesse, o quella della Italcementi.

Del resto, alcuni settori industriali guardano al 2013 con ottimismo: per esempio l'alimentare, dove 7 aziende su 10 – secondo un sondaggio della federazione di categoria – prevedono di fare nuove assunzioni. O quello dell'alta moda, che pur non contando sul ritorno ai record del 2007 scommette su un anno buono, almeno per i brand che sono forti sui mercati emergenti internazionali, ovvero tutti i grandi brand del lusso nazionale. Positive le attese nel settore “cugino”, quello delle calzature,
mentre non va bene quello del gioiello, afflitto dal crollo della domanda interna, non ben compensata dall'export. Benino la chimica, certo non da gonfie vele, in panne la siderurgia, anche al di là del caso-Ilva, sia per la flessione produttiva del settore metalmeccanico sia per la stasi edilizia.

Già, perchè l'industria delle costruzioni è stata la “grande ammalata” del 2012 e dovrebbe riprendersi un po' l'anno venturo ma senza poter ancora brindare alla guarigione, attanagliata com'è da una storica crisi della domanda – tra crollo del potere d'acquisto dei salari e stretta creditizia sui mutui non c'è richiesta di case di nuova costruzione – e da una crescente marea di adempimenti burocratico-legali, ultimo e micidiale dei quali la “responsabilità fiscale solidale” per cui un'impresa che subappalta un lavoro è responsabile della correttezza fiscale dell'impresa appaltatrice! Una follia introdotta nei regolamenti dal governo Monti, che verrà certo spazzata da qualunque prossima compagine ma intanto fa danni e paralizza ulteriormente un settore già ingessato.

In compenso, il decreto Sviluppo dovrebbe arrestare la perdita di attività e anzi permettere quest'anno un timido +0,1% di investimenti nel settore; decisamente positivo – grazie agli incentivi fiscali – il settore delle ristrutturazioni che potrebbe crescere del 3%.

Cosa farà, invece, quest'anno la Fiat, l'azienda manifatturiera-simbolo dell'industria italiana? Il suo capo, Sergio Marchionne, ha promesso che non chiuderà stabilimenti e che rilancerà l'alto di gamma della propria produzione, anche se nel frattempo ha praticamente archiviato il marchio Lancia. Sta di fatto che entro un paio di mesi debutterà sul mercato il primo nuovo modello Fiat dell'anno, la 500XL, una grande derivata dalla 500L di cui rappresenta la versione con passo allungato e abitabilità per 7 persone. La nuova monovolume sarà assemblata in Serbia, però: quindi l'Italia la vedrà come oggetto d'importazione. È improbabile che le vendite di auto nel nostro Paese tornino a crescere: con quel che costano i carburanti e la crisi che c'è, s'è fermato ormai anche il mercato dell'usato e, magra consolazione, è imploso il business dei furti d'auto.

Dalla Fiat all'alta finanza il passo è, tradizionalmente, assai breve: e l'anno appena iniziato sarà cruciale sia per alcune grandi banche italiane che per le due principali compagnie d'assicurazione. Unicredit ha appena varato una riorganizzazione che dovrebbe agevolare il rilancio delle attività creditizie caratteristiche in Italia, mentre il Monte dei Paschi di Siena dovrebbe iniziare a vedere i frutti del piano di ristrutturazione appena varato, che prevede quasi 1000 “uscite” dal gruppo di altrettanti dipendenti, in parte esternalizzati, e un lavoro di ulteriore ottimizzazione del capitale e degli asset: bisogna fare onore ai 3,9 miliardi di euro di “Monti-Bond” appena incassati e scongiurare definitivamente lo spettro della crisi patrimoniale: oggi, del resto, i coefficienti dell'istituto, grazie alla nuova immissione di denaro pubblico (noccioline, peraltro, in confronto con i 5,5 miliardi di fondi statali appena erogati da Belgio e Francia a favore della Dexia) sono in regola con i parametri di Basilea.

Grande attesa sulle mosse delle Assicurazioni Generali dove Mario Greco, il primo capo-azienda esterno dopo decenni, e quindi l'unico davvero indipendente dal giogo di Mediobanca, ha già regalato al titolo della sua azienda un +40% in sei mesi e sta macinando innovazioni quali non si vedevano a Trieste da tempo immemorabile: dove vuole arrivare?

Modestissima attesa, invece, sul caso Unipol-Fonsai, sostanzialmente chiuso nel modo in cui l'aveva progettato un anno fa da Mediobanca, una maxi-fusione che diluisce i problemi creditizi della stessa banca e di Unicredito verso Fonsai e verso la stessa Unipol in un contesto più grande e, soprattutto, emancipato dalla mala-gestio dei Ligresti. Basterà questa svolta a fare di una conglomerata di aziende diverse un gruppo efficace ed efficiente? Dipende dalla gestione giorno-per-giorno, su cui i mercati terranno gli occhi ben puntati. Nel frattempo, l'Ivass – la nuova “autorithy” per la vigilanza sulle assicurazioni costituita per archiviare l'imbarazzante Isvap di Giannini – si è presa 120 giorni per pronunciarsi sulla fusione, che pure è sostanzialmente già avvenuta: difficilmente da quest'istruttoria potranno emergere intoppi così rilevanti da essere retroattivi. Diverso lo scenario giudiziario, che riguarda però la famiglia Ligresti e alcuni manager da essa designati in Fonsai: le Procure di Milano e di Torino indagano, e da quel versante le rogne – sia pure a scoppio ritardato – è improbabile che manchino di presentarsi.

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