Aziende

Fiat, chi ci guadagna se scoppia la pace sindacale

Dopo la riammissione in fabbrica dei delegati Fiom, Landini esulta e il Lingotto ne approfitta per chiedere una nuova legge

Sergio Marchionne, amministratore delegato del Gruppo Fiat-Chrysler (Credits: Imagoeconomica)

Forse è ancora presto per chiamarla “pace definitiva”, ma di sicuro siamo di fronte ad una tregua che promette bene. La decisione della Fiat infatti di rispettare la sentenza della Corte Costituzionale che ha riammesso negli stabilimenti del Lingotto i delegati sindacali della Fiom, nonostante quest’ultima non avesse siglato il contratto aziendale, apre nuovi spiragli di dialogo per il futuro. La mossa della Fiat infatti lascia sul campo in pratica solo vincitori.

Ad esultare ovviamente è innanzitutto la Fiom, che per bocca del suo segretario generale Maurizio Landini esprime tutta la propria soddisfazione quando rileva che il suo sindacato “rientra in fabbrica dalla porta principale “ e che ora ci sono le condizioni ideali per poter cominciare ad affrontare “il vero nodo: il futuro produttivo e occupazionale del Gruppo Fiat in Italia”.

FIAT-FIOM, STORIA DI UNA SFIDA INFINITA

Ma anche per il Lingotto la decisione, apparentemente subita, di riammettere nei propri stabilimenti i delegati Fiom, nonostante quest’ultima abbia finora in tutti i modi osteggiato la strategia di relazioni sindacali voluta dall'ad Sergio Marchionne, è stata ribaltata in un evento positivo. Nell’occasione infatti, la Fiat ha sfruttato il momento di forte visibilità mediatica e politica per lanciare un preciso monito al governo. La richiesta esplicita è quella che finalmente si arrivi ad una legge sulla rappresentanza sindacale che sgombri il campo da qualsiasi futura contrapposizione. “Un intervento legislativo – è stato sottolineato in una nota dell’azienda torinese – è ineludibile. La certezza del diritto è una condicio sine qua non  per la continuità stessa dell’impegno industriale di Fiat in Italia”.

LINGOTTO, DAGLI STABILIMENTI ALLE SENTENZE DEI GIUDICI

Parole chiare e quanto mai minacciose, che però hanno il pregio di porre come questione fondamentale la trasparenza sulle norme future. Un tema questo sul quale la stessa Fiom è la prima a raccogliere il guanto della sfida. “Che in questo Paese ci sia bisogno di una legge sulla rappresentanza la Fiom lo sostiene da tempo” ha replicato infatti a stretto giro Landini. Dunque, come accennato, il ritorno dei delegati delle tute blu della Cgil negli stabilimenti Fiat, pone finalmente le basi per l’apertura di un dibattito serio. Una sfida che ora toccherà anche alla politica raccogliere e concretizzare il più velocemente possibile in un disegno di legge. In ballo infatti ci sono migliaia di posti di lavoro che ballano, con investimenti promessi da Marchionne e sulla cui fattibilità, come detto, pesa proprio l’esito della riforma legislativa sopra ricordata.

FIAT, ECCO PERCHE' MARCHIONNE GUARDA ALL'ESTERO

Particolare preoccupazione c’è ad esempio nello sito Mirafiori dove lavorano circa 5.500 operai attualmente in cassa integrazione fino a fine settembre. Proprio qui dovrebbero essere attuati infatti ingenti investimenti per ristrutturare le catene di montaggio e mettere in produzione nuovi modelli. Un discorso che in parte vale anche per Cassino e Melfi. In quest’ultimo sito tra l’altro i lavori di ammodernamento di una delle due linee di produzione sono già iniziati, con conseguente cassa integrazione a rotazione per i circa 5.500 dipendenti. Situazioni pendenti dunque, che ora, come detto, attendono solo le decisioni di  Marchionne. E chissà che la tregua con Fiom non possa rappresentare finalmente il giusto viatico per una ripresa in grande stile della presenza industriale di Fiat in Italia.

© Riproduzione Riservata

Commenti