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Aziende

Fiat-Chrysler, perchè la fusione è inevitabile

Salva il gruppo dalla crisi che lo sta colpendo in Europa e tiene buoni sindacati e investitori

Sergio Marchionne in conferenza a Detroit (Credits: LaPresse)

Niente di nuovo nell'orizzonte Fiat. Le cose in Europa, e soprattutto in Italia, vanno male e Marchionne si consola con l’America . È accaduto più volte nei mesi scorsi e sta succedendo di nuovo. Sul fronte nostrano infatti, a fare da ennesimo detonatore di preoccupazioni più che fondate ci sono i più aggiornati dati sulle vendite europee. Ad ottobre, per il tredicesimo mese consecutivo, le immatricolazioni risultano in calo, con un – 4,6% rispetto all’anno scorso che diventa paradossalmente anche consolatorio rispetto al devastante -11% registrato a settembre.

In questo scenario la Fiat, purtroppo, fa peggio della media con un -5,8% che, anche in questo caso, sembra far sorridere rispetto al catastrofico -18,5% di settembre . Insomma, sembra una rincorsa al meno peggio, con il Lingotto che vede la sua fetta di mercato continentale assottigliarsi ulteriormente al 6,5% rispetto al 6,6% di un anno fa.

I NUMERI DELLA CRISI EUROPEA DELL'AUTO

Di fronte a questi numeri cosa risponde Marchionne? Rilascia un’intervista al magazine americano Automotive News nellla quale annuncia con entusiasmo che ormai la fusione con Chrysler è da considerarsi una mossa “inevitabile”. E aggiunge che per l’anno prossimo il gruppo Fiat-Crhysler prevede di produrre 4,3 milioni di auto, 2,6 milioni delle quali a marchio americano. Tutto bene dunque? Sì, ma solo in America però . E basta un dato a rendere la cosa quanto mai evidente: i circa 1,7 milioni di veicoli che dovrebbero essere prodotti dalla galassia di marchi che fanno capo alla Fiat rappresentano la quantità vetture che il Lingotto produceva nel lontano 2000. Sono dunque questi i livelli a cui siamo tornati.

L’intervista “americana” di Marchionne ha un senso molto chiaro, soprattutto se si considera che era rivolta in maniera diretta ed esplicita al mondo dell’auto statunitense, come ci spiega l’economista Giuseppe Berta, grande esperto di cose Fiat. “Con quelle dichiarazioni Marchionne ha voluto rassicurare i suoi operai di Detroit e tutti gli investitori, che la fusione annunciata da tempo tra Fiat e Chrysler si farà, perché le cose ormai sono andate così avanti che appunto, questo passo non potrà che essere inevitabile”. Parole quanto mai necessarie in un periodo in cui per varie ragioni le certezze circa l’effettiva fusione tra Fiat e Chrysler cominciavano a scricchiolare.

“In America – fa notare Berta – soprattutto dopo le parole di forte critica espresse dal candidato repubblicano Mitt Romney durante l’ultima campagna elettorale, è emerso un dubbio non da poco: perché mai un marchio grande e ora con i conti in ordine come Chrysler, dovrebbe essere assorbito da un marchio più piccolo come Fiat e con i conti che vacillano paurosamente?”. Un dubbio questo che si somma a problemi più strettamente finanziari che riguardano l’acquisizione da parte di Fiat del circa 30% di azioni possedute dal sindacato metalmeccanico guidato da Bob King, che negli ultimi tempi chiede cifre molto maggiori di quelle che Marchionne è disposto a offrire. Non a caso, occorre rilevare un particolare che a molti osservatori è sfuggito nell’intervista del numero uno del Lingotto: l’annuncio di 1.250 nuove assunzioni a Detroit, un modo molto chiaro per dare sponda ai sindacati e contenerne le pretese finanziarie.

“Inoltre – aggiunge ancora Berta – bisogna tenere presente che, secondo una precisa normativa statunitense, non è possibile utilizzare le risorse detenute in cassa da un’azienda prima che non se ne abbia acquisito il pieno controllo azionario. In questo senso allora, è vero che in Chrysler le cose vanno bene e i profitti cominciano ad aumentare, ma Marchionne non potrà mettere le mani su quei fondi per nuovi investimenti, prima di non aver realizzato l’annunciata fusione”. In questo senso dunque parlare di fusione è stato un modo per lanciare un messaggio conciliante ai propri investitori.

Tra spinte in avanti e colpi di freno, l’annunciata fusione dunque, programmata in un primo momento per il 2013, è slittata al 2014, anche se attenti osservatori finanziari prevedono che la vicenda potrebbe concludersi addirittura nel 2015. Al netto di ciò però, come accennato, mentre da noi l’industria dell’auto vede nero, le cose in America sembrano funzionare in modo quanto mai promettente, e dunque Marchionne avrà di che consolarsi ancora per molto.

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