Aziende

Egitto, la guerra economica (per l'Italia)

Da Eni a Italcementi, da Intesa SanPaolo a Pirelli, a rischio un business di oltre 6 miliardi di dollari

Disordini per le strade del Cairo. (Credits: Ozan Kose/Getty Images)

I disordini in Egitto stanno mettendo a rischio oltre 6 miliardi di dollari di interscambio con il nostro Paese. Non solo. Il Sistema Italia ha messo radici così profonde al Cairo che il degenerare della situazione politica sta facendo tremare Piazza Affari. Le stime parlano di 500 gruppi italiani attivi lungo le rive del Nilo con attività commerciali, divisioni e impianti produttivi che potrebbero essere messi a repentaglio dalla guerra civile. "Siamo il primo Paese europeo per interscambio e il terzo nel mondo, siamo molto interessati a mantenere il rapporto con il Paese" ha dichiarato in merito Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo economico.

Ma con la guerra civile che incombe potrebbe non essere così semplice. Gli interlocutori potrebbero venire a mancare, i rapporti commerciali e le agevolazioni riconosciute nel tempo alle imprese potrebbero essere rimessi in discussione e, in ultimo, potrebbero essere danneggiati i siti produttivi. Insomma una replica di quanto avvenuto due anni fa in Libia.

Finora sono poche le società che sono intervenute sul tema. Solo Danieli, che lo scorso anno ha firmato due contratti per 70 milioni di euro complessivi, ha preso la decisione più drastica e rimpatriato i propri dipendenti presenti nel Paese. "Anche se siamo convinti che nel giro di qualche giorno questa situazione si chiuderà al meglio, abbiamo preferito far rientrare tutti i dipendenti che sono oltre un migliaio" ha dichiarato alla stampa il numero uno del gruppo, Gianpietro Benedetti, per poi aggiungere: "In queste situazioni è meglio rimanere fermi".

Italcementi invece, che sul territorio dispone di ben 5 impianti produttivi, per ora i limita a seguire gli sviluppi "con la massima attenzione, pur senza particolare allarmismo per quanto riguarda l’operatività industriale che prosegue senza significative interruzioni in tutti gli impianti presenti nel Paese, seppure ad un ritmo ridotto a causa della domanda che nel periodo estivo è sempre contenuta".

La crisi al Cairo tuttavia ha già avuto pesanti ripercussioni sui conti semestrali del gruppo dei Pesenti che genera il 13,6% del fatturato e il 22,6% del margine operativo lordo proprio nella terra dei Faraoni dove è presente dal 2001 e ha investito ben un miliardo di euro.

Eni infine, presente in Egitto sin dal 1954 e leader nella produzione di idrocarburi nel Paese (da cui peraltro deriva il 14% della produzione complessiva), ha tentato di tranquillizzare il mercato. Il presidente Giuseppe Recchi, intervenendo al Meeting dell’amicizia di CL in corso a Rimini, ha dichiarato che al momento la situazione politica non costituisce un problema e le attività proseguono normalmente.

Ma sono ben più numerose le imprese italiane per cui la crisi al Cairo potrebbe costare cara in termini di bilancio. Nell’ambito delle costruzioni, ad esempio, Cementir vanta nel Paese un impianto da 1,1 milioni di tonnellate prodotte annue, da cui deriva il 5,5% del fatturato e il 13% del margine operativo lordo. Enel partecipa al 10% al progetto Block 4 East El Burullus insieme a British Gas (40%) e a Total (50%). Pirelli conta su un impianto di produzione ad Alessandria, focalizzato sugli pneumatici per autocarri (complessivamente l’area del Medio Oriente conta per il 9% del fatturato del gruppo). Amplifon è leader nel mercato locale con 13 negozi gestiti da terzi (che influiscono sulle vendite solo per lo 0,3%). Intesa Sanpaolo ha in mano  l’80% di Bank of Alexandria (quinto istituto bancario del Paese con 200 sportelli e oltre 3 miliardi di depositi), che contribuisce per l’1,7% ai ricavi del gruppo e per il 4% all’utile netto. Sono poi presenti nella terra dei Faraoni e con attività di rilievo anche Edison (con una joint venture da 3 miliardi di dollari con Egyptina Petroleum company), Ansaldo, Techint, Saipem, Mapei, Alitalia, Marzotto e perfino, sorprendentemente le Ferrovie dello Stato (coinvolte nella rete ad alta velocità locale). Tutte in attesa di capire gli sviluppi in una terra che non trova pace.

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