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E se al posto di Sawiris in Telecom arrivasse Cdp?

L’imprenditore egiziano Naguib Sawiris bussa alla porta dell’ex monopolista. Una bella notizia, perché dimostra l’interesse per l’Italia dei capitali esteri. Ma non sono in molti a credere che l’operazione andrà in porto. Mentre si fa strada l’ipotesi di un ingresso nella Telecom della Cassa depositi e prestiti.

Nella caricatura il finanziere egiziano Naguib Sawiris (a sinistra) e il presidente di Telecom Italia Franco Bernabé (a destra)

Riapre la partita sulle telecomunicazioni in Italia la mossa del miliardario egiziano Naguib Sawiris, fondatore dell’Orascom Telecom, maggiore operatore telefonico in Medio Oriente. Il faraone delle telecomunicazioni (già patron della Wind ceduta ai russi della Vimpelcom, ora controlla il più grosso internet provider italiano creato unendo Virgilio e Libero) metterebbe oltre 2 miliardi in Telecom Italia sottoscrivendo nuove azioni. Un’offerta ancora un po’ indefinita, comunque più che raddoppiata rispetto al mese scorso, quando offrì 1 miliardo agli spagnoli della Telefonica per la loro quota di maggioranza relativa nella Telco, holding che ha come soci anche Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca e controlla con il 22 per cento l’ex monopolista telefonico.

Quante probabilità di successo ha l’offerta del «Faraone»? Non moltissime, visti anche i recenti altolà agli stranieri in nome dell’italianità (ultimo caso, l’Ansaldo Energia). Del resto, un eventuale ingresso di un gruppo extracomunitario dovrà essere approvato dal governo italiano che ha conservato, dalla privatizzazione avvenuta 15 anni fa, la golden share (il diritto di veto all’ingresso di soci non graditi) nell’ex monopolista guidato da Franco Bernabè. E anche se il governo fosse favorevole, non è detto che sarebbero d’accordo i grandi azionisti privati. Quindi è possibile che al posto dell’egiziano arrivi la Cassa depositi e prestiti (Cdp).

Infatti la Telecom Italia sta valutando un piano per scorporare la sua rete fissa, e il dialogo è aperto con il Fondo strategico della Cdp, affiancato dalla Metroweb che a sua volta fa capo al fondo F2i diretto da Vito Gamberale. A questo punto la Cdp, anziché nella rete scorporata che Bernabè valuterebbe 15 miliardi, addirittura più del valore di borsa dell’intera società, potrebbe investire direttamente nella Telecom Italia: una contromossa per salvaguardare gli interessi nazionali. Che cosa succederebbe allora? Intanto finirebbe nel congelatore lo scorporo della rete tanto caro ai concorrenti della Telecom. E ci sarebbe un nuovo socio con i mezzi per sostenere il necessario sviluppo di un’azienda soffocata dai debiti e valutata dalla borsa oltre 12 volte meno rispetto al 1999, quando Roberto Colaninno la conquistò con la più grande opa della storia di piazza degli Affari.

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