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Descalzi: "Gas in Egitto, ma l’Italia è il Paese dove investiamo di più"

All'indomani della scoperta del maxi giacimento, su Panorama in edicola faccia a faccia con il numero uno dell'Eni

Eni-Descalzi

L'ad del gruppo Eni, Claudio Descalzi – Credits: Ansa

"La produzione di gas e petrolio in Italia potrebbe raddoppiare nel giro di un decennio, evitando circa 50 miliardi di euro di importazioni e garantendo 25 miliardi di maggiori introiti per le casse dello Stato. Con una crescita occupazionale per diverse decine di migliaia di persone. Negli ultimi 10 anni, invece, la produzione italiana è scesa da 400 mila a 200 mila barili equivalenti al giorno". Lo ha dichiarato Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, in un’intervista pubblicata sul numero di Panorama in edicola da giovedì 17 settembre.

All’indomani della scoperta del maxi-giacimento di gas davanti alle coste dell’Egitto, il manager ricorda che "in nessun altro Paese investiamo quanto in Italia: quasi 8 miliardi di euro nel piano quadriennale 2015-2018. Crediamo nell’Italia e non solo per quanto riguarda lo sfruttamento delle sue risorse di idrocarburi. Abbiamo lanciato progetti ambiziosi con grande successo, come la riconversione di Venezia e di Gela, che ci consentiranno, entro quest’anno, di portare in attivo tutti i nostri business anche quelli che erano stati in perdita per anni e tutto questo senza perdere neanche un posto di lavoro".
Nell’intervista a Panorama Descalzi affronta anche il tema dell’eccessivo uso di carbone. "Sembra paradossale che il suo consumo in Europa cresca a discapito del gas. Con la caduta dei prezzi il meccanismo europeo delle quote non funziona più: il carbone costa poco e viene usato in abbondanza nonostante produca tanta Co2. L’Europa dovrebbe trovare un altro sistema per rendere meno competitivo il carbone. Ma se l’obiettivo mondiale è di non superare i due gradi di aumento delle temperature, l’Europa non può fare tutto da sola: tra incentivi alle rinnovabili e trading delle quote di Co2, alla fine tanti costi ricadono sulle imprese europee, minando la loro competitività rispetto ai concorrenti americani e asiatici. Quindi sì alla lotta contro la Co2, ma da parte di tutti, non solo dell’Europa".

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