Aziende

Tante piccole Cine crescono

Il Dragone non è più la fabbrica low cost del mondo. Altri paesi sono pronti a prenderne il posto. E le multinazionali si preparano a cogliere nuove opportunità

Un gruppo di operai lavorano nella fabbrica etiope di scarpe Huajian a Dukem. La proprietà, cinese, investirà 2 miliardi di dollari in Etiopia per produrre scarpe da vendere in Europa e Nord America. (Credits: JENNY VAUGHAN/AFP/GettyImages)

Il rallentamento del pil cinese è un segnale che il modello di crescita del Dragone sta cambiando: è la fine della Cina come fabbrica low cost del mondo. Lo sostiene anche George Friedman, presidente della società di analisi Stratfor, che ha scattato la fotografia dei paesi pronti a sostituire Pechino nella prossima fase della globalizzazione. «Sia chiaro» spiega Friedman «nessuno sarà in grado di sostituire completamente la Cina, le sue dimensioni sono semplicemente pazzesche».

Per questo il futuro avrà molte Cine. In tutto, calcola Stratfor, 16 stati (lista completa a fianco) che insieme contano un miliardo di abitanti, per lo più affacciati sull’Oceano Indiano e sul Mar cinese meridionale. Le caratteristiche sono un’economia che non dipende affatto (o soltanto) dall’export di materie prime e la presenza di manodopera a basso prezzo. Quella che le piccole e medie imprese del tessile e dell’assemblaggio di componenti elettronici cercano ansiosamente per sfruttare gli esigui margini dei rispettivi mercati.

Segnando così una strada che sarà poi calcata dalle multinazionali, osserva Friedman. Il settore tessile in Kenya «può creare fino a 500 mila posti di lavoro» ha dichiarato il neosottosegretario all’industria di Nairobi. L’Etiopia cresce al ritmo del 7 per cento, una delle migliori performance africane. Gli investimenti diretti esteri nel paese hanno raggiunto un miliardo di dollari (750 milioni di euro), il triplo rispetto a due anni fa. Sull’altra sponda dell’oceano, il Myanmar rappresenta, secondo la società di consulenza McKinsey, una «destinazione molto promettente». Le aperture del regime e la caduta delle sanzioni internazionali hanno reso disponibile una forza lavoro di oltre 40 milioni di persone, a un costo tra i più bassi dell’area. Il Messico, secondo alcuni analisti, è destinato invece a sorpassare il Brasile entro dieci anni.

Non che il cammino per scalzare dal trono il Dragone sia semplice. Molti dei paesi nella lista sono ancora politicamente fragili, hanno infrastrutture carenti e servizi finanziari inesistenti «alcuni falliranno, ma molti dubbi accompagnavano anche l’apertura al mondo della Cina nel 1978» conclude Friedman.

© Riproduzione Riservata

Commenti