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Bolloré, un amico non è per sempre

Storia e colpi di scena del finanziere che non ci pensa due volte a tradire vecchi amici e soci d'affari

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Il finanziere francese Vincent Bolloè – Credits: GEOFFROY VAN DER HASSELT/AFP/Getty Images

"Monsieur, lei ha davanti a sé il primo azionista di Mediobanca". Cesare Geronzi ricorda ancora quel giorno di 14 anni fa quando Vincent Bolloré si presentò nel suo ufficio accompagnato da Tarak Ben Ammar. Il banchiere romano era al vertice di Capitalia, nonché vicepresidente della banca d'affari, incaricato di tenere i rapporti con i soci. E il finanziere bretone lo affrontava con piglio da guascone.

Entrato in punta di piedi nel salotto buono del capitalismo italiano, non ha mai pensato di sedere su uno strapuntino. Ha rappresentato a lungo la cordata francese, "i foresti", e oggi è il numero due dopo Unicredit. Possiamo chiamarlo metodo Bolloré: nella banca Lazard e in Bouygues non ha funzionato, in Vivendi e Telecom Italia sì. Prima ancora, lo aveva sperimentato con Rivaud e gli ha aperto le porte dell'Africa dove si nasconde il volto segreto del suo impero.

Il conte Edouard de Ribes, nobiltà napoleonica, guidava, insieme al conte Jean de Beaumont ex olimpionico di tiro, il gruppo Rivaud, potenza finanziaria coloniale con al centro una banca proprietaria di piantagioni in Asia e Africa: milioni di ettari e filiali in tutti i paradisi fiscali. Nel 1987 per difendersi dai molti predatori (tra questi persino Giancarlo Parretti), chiede aiuto al fascinoso Vincent che si era fatto le ossa dai Rothschild.

Nove anni dopo, mentre i due vecchi aristocratici inciampano nella giustizia fiscale, Bolloré prende il comando e conquista la sua Africa. Le privatizzazioni imposte dal Fondo monetario internazionale ai paesi oberati dai debiti sono l'occasione per estendere l'originario insediamento. Qui s'innescano i molti sospetti su legami sulfurei con i potenti locali, con dittatori e signori della guerra. I giornali scrivono e Bolloré denuncia, vince le cause, intasca risarcimenti milionari, anche dalla tv pubblica Tf2 che ha confezionato un documentario su Vincent l'africaine.

L'inconsueto business giudiziario serve a proteggere l'espansione nel mestiere più consistente dell'intero gruppo: la logistica. In Africa s'aggiudica porti e ferrovie, crea compagnie di trasporti su quattro ruote. Le sue navi container solcano i sette mari (anche lo Ionio se acquisirà la flotta dell'Ilva di Taranto per la quale ha presentato un'offerta). Nel gruppo Bolloré, il trasporto di merci e di petrolio genera l'80 per cento del fatturato che nel 2015 era di 10,8 miliardi di euro, compensando ben più incerte avventure nella finanza, nelle auto elettriche o nelle comunicazioni dove ha cominciato con la pubblicità (Havas) e la stampa gratuita (Aegis), prima di entrare in Vivendi nel 2012, vendendo a Canal + le sue due catene televisive Direct 8 e Direct Star.

Ancora una volta, usa la tattica del cavallo di Troia, diventa primo azionista della ex Compagnie Générale des Eaux e, nel giro di due anni, ne prende il controllo totale. La scalata alle vette della finanza avviene sotto gli auspici di Antoine Bernheim, grande socio di Lazard, che aiuta il giovane rampante a ricomprare dai Rothschild la cartiera di famiglia fondata nel 1822. Un legame inossidabile finché il 24 aprile 2010, VB, VèBé, come lo chiamano in Francia, vota per la sua decadenza da presidente delle Generali.

Il vecchio Toni non glielo perdonerà mai: "L'ho accompagnato lungo tutta la sua carriera poi mi ha tradito" dichiara nel 2011 un anno prima di morire. Un amico non è per sempre, lo ripeteva sempre papà Michel al piccolo Vincent. Vale anche con Nicolas Sarkozy ospite insieme a Carla Bruni a bordo del Paloma, lo yacht di Bolloré il quale, però, alle ultime elezioni parigine confessa di aver votato la socialista Anne Hidalgo.

Per le presidenziali del 2017 probabilmente sarà un'altra cosa, ma si vedrà. L'ambizioso obiettivo, nel frattempo, è costruire un campione europeo che competa con Netflix e con Rupert Murdoch. "Possiamo farlo anche senza Mediaset", ha dichiarato al Financial Times Arnaud de Puyfontaine, amministratore delegato di Vivendi. Eppure, vorrebbe il 15 per cento del gruppo italiano con un aumento di capitale di mezzo miliardo per diluire Fininvest che possiede il 34,7 e, insieme al 5 della Lazard, diventare socio rilevante. "Una scalata occulta" denuncia Mediaset e Marina Berlusconi in una lettera al Corriere della Sera attacca "il capitalismo cannibalesco".

Intanto, in casa propria le cose non vanno affatto bene. La pay tv ha perso 400 milioni di euro, i clienti scendono sotto i sei milioni e i debiti salgono a un miliardo di euro. Se per Puyfontaine "Premium è una Punto, non una Ferrari", Canal Plus potrebbe persino essere chiusa: lo ha minacciato lo stesso Bolloré che lascerà la presidenza entro l'estate. Anche Telecom si è rivelata un cattivo affare: il titolo ha ceduto un quarto del proprio valore, con una perdita di un miliardo e mezzo di euro. Quanto a Mediobanca, ha incassato una serie di sconfitte, l'ultima delle quali su Rcs. Vuoi vedere che il Piccolo principe del cash flow ha perso il tocco?

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