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Aziende

Le banche soffrono, ecco perchè

È un circolo vizioso: meno finanziano, più le imprese falliscono, peggio gli istituti di credito stanno

La sede di Banca d'Italia in Via Nazionale a Roma (Credits: Marco Merlini / LaPresse)

Come quelle anziane nobildonne che, dopo una vita di lussi e sfarzi, superata la settantina vengono a scoprire da un amministratore costernato che sono finiti i soldi e bisogna vendere le tenute, così le banche europee – italiane comprese – si sono accorte che non hanno più una lira. E non hanno prospettive di rimettersi a guadagnarne presto. Sono totalmente disattrezzate alla bisogna: da noi, ad esempio, il settore non ha la cassa integrazione ed ha sempre gestito, finora, le crisi occupazionali dovute a questa o a quella emergenza d'impresa, di tasca propria.

Le relazioni industriali tra i banchieri e i sindacalisti dei loro istituti sono sempre state “d'oro”: “Vogliamo un aumento del 20 per cento!”, “Giammai, oltre il 15% non andremo!”. Problemi dorati, davvero, scene da un'altra era geologica.

I problemi di piombo di oggi si chiamano 35 mila tagli agli organici: sarebbe questa la cifra totale, da brivido, che il settore traguarda, dopo il primo giro di tavoli tra Abi e sindacati. Significa chiudere 3.000 sportelli, creando i primi 20 mila esuberi: chiaro il perchè, la gente le principali operazioni bancarie se le fa da casa sua... E individuare gli altri 1.500 sportelli “di troppo”, facendo però salire gli esuberi a 35 mila. L'Abi ha cominciato a preparare le munizioni dialettiche: un suo recente studio dimostra  come in Italia ci sia un rapporto di 57 sportelli ogni 100 mila abitanti, contro i 17 dell'Olanda, i 20 del Regno Unito e i 21 della Svezia. Più dell'Italia ne hanno solo Francia, Portogallo e Spagna. Troppi sportelli, troppo personale.

Ieri il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, ha riunito i principali banchieri italiani per il consueto confronto sulla congiuntura (ultimi tempi, poi l'Europa avocherà anche la vigilanza bancaria, e allora davvero le ex banche nazionali saranno ridotto al rango di filiali della Bce). E ha ripetuto il mantra: tagliare i costi, tagliare i costi. Unico modo per recuperare redditività: nel 2010 il ritorno medio sul capitale investito nelle banche è stato del 3%, nel 2007 era al 10%. Quello del 2011 è sceso quasi a zero. Si aspettano i dati del 2012, ma senza grande ottimismo. Grava su tutto, la bolla inarrestabile delle sofferenze: meno le banche finanziano e più le imprese falliscono, e peggio le banche stanno.

Dovrebbe essere logico invertire la tendenza, ricominciando a finanziare le imprese e aiutandole a non fallire: ma non c'è logica nel sistema bancario europeo. In “banchitaliese stretto” si è detto che "la riunione ha confermato la necessità di assicurare l'adeguatezza dei processi di individuazione e gestione dei crediti anomali e delle relative politiche di accantonamento"; tradotto significa che i banchieri devono reimparare a fare il loro mestiere, individuando e gestendo i crediti anomali. Sarà forse per questo che il governatore Visco ha anche invitato i banchieri a tagliare gli stipendi superiori al milione di euro: un felice problema per pochi eletti, non c'è che dire.

Il vero dramma sono le sofferenze. Le sofferenze lorde a fine agosto ammontavano a 115,8 miliardi, in aumento di oltre il 15% sullo stesso periodo del 2011 da 114,2 miliardi in luglio. Nello stesso mese il rapporto tra sofferenze e impieghi risultava pari al 5,9% da 5,1% un anno prima. Insomma, un brutto balzo all'indietro. Banca d'Italia è preoccupatissima, perchè in un recente giro di ispezioni i suoi vigilantes hanno dovuto riclassificare a sofferenza quasi il 20 per cento dei crediti esaminati...

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