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Auto e aiuti Ue, la mezza vittoria di Marchionne

La Commissione propone ammortizzatori sociali, il numero uno della Fiat vuole la chiusura di stabilimenti. Ma per il momento si accontenta

L'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne (Credits: LaPresse)

L’unione europea decide finalmente di prendere di petto la crisi del settore automobilistico nel Vecchio Continente, e di questo l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne non può che rallegrarsi. In effetti da tempo il numero uno del Lingotto, in qualità di presidente dei costruttori d’auto europei, aveva esortato la Commissione a mettere in campo provvedimenti che potessero far fronte al pesantissimo calo di vendite. Un dato su tutti: dal 2007 ad oggi il mercato dell’auto europeo è passato da poco meno di 16 milioni di veicoli venduti, a poco più di 13,5 milioni, con una perdita secca del 15%. E per l'Italia è di oggi l'ultimo dato negativo con l'Istat che a settembre rileva un calo del 13% della produzione industriale di autoveicoli, un dato che riferito ai primi nove mesi dell'anno fa segnare un ancor più preoccupante -19,3%.

FIAT, VENDITE A PICCO NEL MESE DI SETTEMBRE

Ecco allora il piano d’azione messo a punto dal commissario all’Industria Antonio Tajani, del quale non si conosce ancora l’entità finanziaria, ma che dovrebbe essere supportato economicamente dalla Bei, la Banca europea per gli investimenti, che in questi anni ha già messo a disposizione del comparto auto fondi per 14 miliardi di euro. Altri due miliardi di euro arriveranno poi da un fondo per la ricerca. Nello specifico si prevede una più significativa promozione di investimenti in tecnologia e il rafforzamento del mercato interno, che passerà anche dalla semplificazione degli incentivi finanziari per i veicoli meno inquinanti. E poi ancora, ci sono allo studio nuovi accordi commerciali internazionali insieme ovviamente all’ineludibile sostegno alla formazione della forza-lavoro, nel caso di chiusura di impianti.

ECCO PERCHÈ L'AUTO È IN CRISI IN EUROPA

Un programma che a ben vedere non raccoglie in maniera precisa quelle che sono le volontà espresse da tempo da Sergio Marchionne. “In verità – ci spiega Aldo Enrietti, economista dell’Università di Torino esperto di automotive – il numero uno del Lingotto spinge da tempo per una vera e propria razionalizzazione della forza produttiva con la chiusura di una serie di stabilimenti, in modo da ridurre l’eccesso di offerta. Il piano dell’Europa invece prevede sostegni economici che in definitiva rappresentano niente di più e niente di meno che degli ammortizzatori sociali”. Non è un caso infatti che lo stesso Tajani abbia affermato di voler a tutti i costi “impedire la fuga dell'industria automobilistica” dall’Europa, lasciando poi alle singole case costruttrici le decisioni circa la volontà di chiudere alcuni stabilimenti.

“Niente a che vedere dunque con il severo piano di ristrutturazioni che a partire dal 2008 è stato attuato negli Stati Uniti – fa notare ancora Enrietti -. In quel caso infatti per risollevare le sorti di marchi come GM e Chrysler praticamente falliti, furono chiusi numerosi stabilimenti. Una cura da cavallo che però oggi sembra dare buoni frutti. Con queste scelte dell’Unione invece il problema dell’eccesso di produzione non viene né affrontato né tantomeno risolto, ma semplicemente spostato più in là nel tempo”.

Un piano dunque che mira per il momento solo a difendere i circa 12 milioni di addetti che operano nel settore automobilistico europeo, insieme ai 180 stabilimenti intorno ai quali ruota un indotto di proporzioni enormi.

IL MERCATO USA, ANCORA DI SALVEZZA PER FIAT

“Di certo comunque – aggiunge Enrietti – anche se queste non erano precisamente le richieste di Marchionne, alla Fiat non potrà che tornare utile un sostegno economico di questo tipo, visto che alla fine di quest’anno in Italia termineranno molti degli ammortizzatori sociali attivati negli stabilimenti del Lingotto”. Preoccupazioni che tra l’altro il manager italo-candese aveva espresso tempo fa in un faccia a faccia con il nostro presidente Monti, che evidentemente deve aver fatto sentire in questo senso la propria voce a Bruxelles dove gode ancora di grande autorevolezza.

E su questo fronte il nostro premier avrà trovato sicuro sostegno anche da parte della Francia del presidente Hollande, alle prese con una crisi devastante della Renault e ora anche della Peugeot, che ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Aulnay dove lavorano 10mila persone. Senza contare che un input positivo poi sarà arrivato anche dalla Gran Bretagna, dove negli scorsi giorni la Ford ha deciso di abbandonare la produzione in ben due stabilimenti .

“Un fronte compatto dunque – sottolinea Enrietti – che deve essere stato sufficiente a superare le riserve dei tedeschi finora contrari a qualsiasi intervento europeo. In realtà anche in Germania la crisi dell’auto comincia però a farsi sentire, e pur rimanendo contrari a qualsiasi finanziamento per la chiusura di stabilimenti, i grandi marchi teutonici hanno accettato che si mettessero in campo almeno delle risorse per finanziare gli ammortizzatori sociali”.

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