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Armi Beretta: la Repubblica di San Mirino

Se nel mondo dici Beretta, tutti pensano a un’arma. Da 500 anni l’azienda non cambia né proprietà né sede. Ma si espande all’estero e guarda al futuro

Pietro e Franco Beretta (Credits: Roberto Caccuri)

A Quarona, paesone di 4.200 anime in provincia di Vercelli, lavorano i fratelli Loro Piana. Guidano un’azienda da 630 milioni di euro, leader mondiale nel cashmere e nei tessuti di qualità. Ma l’8 luglio scorso, nella sorpresa generale, hanno ceduto l’80 per cento dell’impresa fondata dal padre ai francesi della Lvmh per 2 miliardi di euro. Un altro gioiello del made in Italy che se ne va. Poi ci sono i fratelli Franco e Pietro Beretta. Lavorano in un elegante palazzo degli anni Trenta di Gardone Val Trompia, cittadina da 11 mila abitanti in provincia di Brescia. Guidano, insieme al padre Ugo, un’azienda da 566 milioni di euro, sono tra i più famosi produttori di armi al mondo: vendono in un centinaio di paesi e quasi la metà del fatturato è realizzato negli Usa, dove dal 1985 riforniscono le forze armate. Ma la loro particolarità è che i Beretta sono in Val Trompia a fabbricare armi da quasi 500 anni e da 15 generazioni, un vero record di longevità aziendale che ha pochi uguali nel pianeta: il primo documento che ne certifica l’esistenza è una ricevuta della Serenissima, datata 1526, per una fornitura di archibugi, magari gli stessi che si rivelarono particolarmente efficaci a Lepanto nella battaglia contro i turchi. E non solo i Beretta non hanno alcuna intenzione di mollare, ma continuano a fare acquisti in giro per il mondo. L’ultima azienda finita nel loro carniere è americana e si occupa di sistemi di puntamento, per arricchire la divisione di ottiche. Il loro segreto? Secoli di lavoro e cura maniacale del dettaglio.

Può spiegare com’è possibile mantenere così a lungo il controllo di un’azienda nelle mani della stessa famiglia?
Pietro: Dopo tanti anni che mi fanno la stessa domanda sono arrivato alla conclusione che non ci sia una formula speciale. Penso solo che nel nostro sangue scorre una gran voglia di lavorare. E di affermarci attraverso il lavoro.

Oggi gli eredi Beretta sono una quindicina, di cui quelli con quote consistenti nella finanziaria di famiglia si contano sulle dita di una mano: come mai così pochi?
Pietro: Vicende della vita, molti lutti e poche nascite. Io e mio fratello, per esempio, abbiamo un solo figlio ciascuno. E nostro padre era l’unico erede della generazione precedente.

Essere destinati a stare nell’azienda di famiglia non è una specie di prigionia? Magari volevate fare altro, il medico, o il musicista...
Franco: Nessuno è obbligato a lavorare qui. Mio padre ci ha fatto studiare e non ci ha mai detto che il nostro destino era alla Beretta. Ma è andata così.

Che cosa pensa quando un’azienda simbolo del made in Italy come la Loro Piana passa a un gruppo straniero?
Pietro: Io non mi associo ai giudizi negativi che si leggono sui giornali: gestire delle realtà internazionali e globali richiede dell’impegno e delle dimensioni che a volte non sono alla portata di una famiglia.

Voi però ci riuscite: vi capita spesso di ricevere proposte di acquisto?
Pietro: Abbastanza, l’ultima volta è accaduto sei mesi fa.

E di vendere non se ne parla?
Pietro: Noi non vendiamo.

Quotarsi in borsa?
Pietro: Ci abbiamo pensato, ma poi lo scorso anno il progetto è stato accantonato. Del resto, siamo riusciti a finanziarci da soli tutte le acquisizioni. Negli ultimi 10 anni ne abbiamo fatte sei.

L’ultima operazione?
Pietro: In California. Attraverso la nostra società di ottiche, la tedesca Steiner, abbiamo acquisito la Laser Devices, specializzata in sistemi di puntamento per il settore militare che, integrata nel nostro gruppo, potrà avere sviluppi anche in campi civili.

Qual è la particolarità della Beretta?
Franco: Siamo l’unico armiere al mondo che sa coniugare produzione in serie, tecnologia e artigianalità. Siamo i soli, per esempio, ad avere all’interno della fabbrica gli incisori che disegnano a mano i fregi sulle bascule d’acciaio dei fucili da caccia. Il cliente può spedirci una foto e noi la riproduciamo sul fucile, che diventa uno straordinario pezzo unico fatto a mano.

Non vi imbarazza produrre armi?
Pietro: Rispetto i pacifisti, però non si può cadere nell’idealismo. Sfortunatamente nel mondo le tensioni ci sono e la pace si mantiene anche con le armi.

Non temete che la caccia passi di moda?
Pietro: Forse in Italia. Ma in molte parti del mondo, dagli Stati Uniti al Canada, dal Nord Europa alla Russia, l’attività venatoria è ancora molto radicata.

Quando in America si verifica l’ennesima strage di bambini provocata da un pazzo con la pistola, non pensate che bisognerebbe limitare le vendite di armi?
Franco: Sono tragedie terribili. Ma il problema non è l’arma, è il disagio di chi non riesce a esprimere se stesso e finisce per uccidere. Ci sono molti luoghi comuni da sfatare. In Finlandia o in Svizzera c’è una densità di armi maggiore che negli Usa, eppure la gente non si spara come negli Stati Uniti. E riguardo alla tesi secondo cui negli Usa è facilissimo procurarsi un’arma, bisogna ricordare, per esempio, che il ragazzo che l’anno scorso uccise più di 20 tra bambini e insegnanti a Newtown ha violato ben 12 leggi e in precedenza aveva tentato, senza riuscirci, di acquistare delle pistole fino a che non ha deciso di sottrarle alla madre. In alcune città americane ad alta criminalità sono in vigore gli stessi limiti presenti in Europa. Insomma, il problema non è limitare le vendite delle armi, ma intervenire sulle cause di questo disagio.

Anche voi avete sentito la crisi?
Franco: Eh sì. Perdipiù la crisi del 2008 ci è finita addosso mentre eravamo da due anni in fase di ristrutturazione. Non ero affatto tranquillo. Ma essere già in quel «mood» alla fine ci ha aiutato. E ci ha fatto accelerare la ristrutturazione che ha portato i nostri dipendenti qui a Gardone da 1.300 a 850.

Perché state in questa valle stretta e scomoda, non sarebbe meglio trasferirsi in pianura?
Franco: Ce l’hanno detto in tanti, però noi crediamo che sia fondamentale restare legati a questo territorio dove da secoli si lavora il ferro. E siamo riusciti a far crescere la fabbrica, che resta il polo produttivo più importante del gruppo, pur rimanendo a Gardone. Oggi da questo stabilimento escono 1.200 pistole e 500 fucili al giorno.

Come vedete il futuro della Beretta?
Pietro: Un’azienda che allarghi il raggio di azione in attività complementari al nostro business, come è stato con l’ottica e l’abbigliamento. E che completi la sua presenza a livello internazionale. Oggi vendiamo in 100 paesi, mentre siamo presenti direttamente in una dozzina: questo numero dovrà aumentare.
Franco: Un’azienda che cresca nel mondo digitale. Stiamo collaborando con l’Università di Brescia per il progetto iGun, cioè lo sviluppo di una pistola per la polizia che non solo difenda l’agente, ma consenta di localizzarlo e di mandare dei segnali ai colleghi. Inoltre pensiamo di entrare nel mondo dei poligoni virtuali, dove si riproduce meglio la realtà rispetto ai poligoni tradizionali. E ancora: nei fucili da caccia, dove per primi abbiamo inserito un contacolpi digitale, stiamo lavorando all’integrazione con lo smartphone del cacciatore.

L’avventura nell’abbigliamento non è stata entusiasmante...
Pietro: Sì, è stata una diversificazione deludente da un punto di vista economico, tuttavia con buoni risultati di immagine.

Qual è il vostro best-seller?
Franco: Un fucile da caccia che costa intorno ai 1.500 euro.

La gamma dei prezzi?
Franco: I nostri prodotti spaziano dai 500 dollari per una pistola fino ai 100 mila euro per i fucili da caccia di lusso, con decorazioni incise a mano sull’acciaio.

Andate a caccia?
Pietro: Sì.
Franco: No, preferisco le barche.

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