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Economia

Alcoa: salviamo i dipendenti. L'azienda si vedrà

Una cosa è intervenire a sostegno dei disoccupati, un'altra è sostenere un'impresa decotta. Soprattutto per uno Stato che non ha soldi neanche per gestire le emergenze del welfare

Operai dell'Alcoa durante un presidio davanti alla prefettura di Cagliari, 11 settembre 2012. (Credits: ANSA / GIUSEPPE UNGARI)

Salvare l'Alcoa? Ma anche no. In quale articolo della Costituzione c'è scritto che si devono a tutti i costi salvare le aziende decotte? Nella Prima Repubblica – tanti pregi e tanti difetti – era stato addirittura coniato un neologismo: “gepizzare”. Lo si usava quando un'azienda fallimentare veniva comprata dalla Gepi, finanziaria pubblica per gli interventi “in extremis”, che ci metteva dentro quattrini a palate e, di solito, non risanava un bel niente ma, semplicemente, non era tenuta a fare utili e poteva garantire la sopravvivenza di azienda “labour intensive” (con tanti dipendenti) a prescindere dalla loro sostenibilità economica.

Il ministro Passera ha detto una cosa diversa, peraltro: ha detto che se davvero si profilassero possibili interventi di altri imprenditori privati disposti a rilevare la proprietà dello stabilimento di Portovesme dagli americani, si potrebbe trovare gli strumenti adatti a sostenere l'occupazione per il tempo necessario a varare il subentro della proprietà. Un po' il teorema di Termini Imerese, che purtroppo sta vedendo scadere il tempo di questi interventi di welfare senza esiti strutturali...

Nella Seconda Repubblica, ma soprattutto nella sbilenca però costrittiva Unione economica cui apparteniamo, gli “aiuti di Stato” non possono più essere distribuiti come se fossero noccioline: è vietato erogarli, salvo quando – come nel caso delle banche franco-britannico-tedesche – i padroni del vapore (tra i quali l'Italia non c'è) non concordino, nel superiore interesse dei fattaccio loro, che si può chiudere un occhio e che quindi, “piuttosto che far fallire le loro banche, meglio piuttosto...” Ma non è il caso dell'Alcoa.

Altro è, insomma, intervenire a sostegno dei disoccupati che una crisi aziendale crea attivando gli strumenti del welfare, altro è mantenere in vita un'azienda decotta come mera intermediaria degli stipendi dei suoi dipendenti. Nel caso dell'Alcoa, sarebbe assai meglio provvedere così, piuttosto che dare ossigeno – e con quale strumento pubblico, poi? - alla società prefallimentare...

Ma qui c'è il busillis: l'erario pubblico è talmente malmesso che non ha i soldi per gestire le emergenze di welfare. “Le” emergenze, perchè non ce n'è mai state tante, tutte insieme, e così gravi: sempre in Sardegna, il Sulcis, tipico esempio di attività industriale improduttiva, che è costato molto di più tenere in piedi, a produrre fuori prezzo del carbone inutile al mercato, di quanto sarebbe costato se, appunto, ci si fosse limitati a mandare gli stipendi a casa dei dipendenti, senza più farli andare in miniera: un po' come l'Alfa Romeo quand'era ancora del gruppo Iri-Finmeccanica, ed ogni auto che usciva dalle linee di montaggio di Arese o Pomigliano costava allo Stato due milioni di lire...

Oggi, sul tavolo delle crisi aperto in permanenza al Ministero dello Sviluppo economico, ci sono ben 150 trattative in corso . Soluzioni “di mercato”, con gli imprenditori prudentissimi e le banche avarissime come in questo periodo, è sempre più difficile trovarne. Le chiusure comportano tutte altissimi costi occupazionali. Soldi per il welfare ce n'è sempre meno. È qui che lo Stato in bolletta paga lo scotto della finanza allegra dei decenni passati : non abbiamo più fieno in cascina per superare la crisi occupazionale.

Ed è sempre qui che viene fuori una serie di interrogativi di quelli banali: a suo tempo, abbiamo pagato tutti volentieri, si fa per dire, l'Eurotassa con cui Prodi ottenne l'ossigeno finanziario indispensabile per entrare nell'Unione economica e monetaria. Siamo sicuri che non pagheremmo volentieri una tassa “una tantum” per l'emergenza-occupazione, o che non accetteremo più volentieri un'accisa – l'ennesima – sui carburanti se sapessimo che fosse a termine (due anni, ad esempio) e finalizzata sul serio a tamponare la crisi di reddito di chi sta perdendo il lavoro? O una sovrattassa sui giochi d'azzardo, anziché straparlare di proibirli, sempre limitata nel tempo?

Se l'Unione europea ci chiede misure strutturali, e quindi vede di mal'occhio gli interventi emergenziali sulla struttura dei conti pubblici, quando gli interventi riguardano calamità eccezionali, non ha nulla da eccepire. Ebbene, se il terremoto in Emilia è stata un'assoluta calamità – vite umane, danni inestimabili … - anche questa recrudescenza di crisi e di tagli occupazionali lo è.

E dire che il mercato potrà da solo risolvere queste crisi o che nel 2013 ripartirà l'economia e ridarà linfa alle aziende decotte è tanto velleitario da risultare truffaldino: speriamo che l'economia riparta, naturalmente (e non è detto) ma se accadrà, darà linfa alle aziende che innovano, alle imprese internet, all'alta tecnologia, alla moda, all'italian-food, non certo a due aziendone minerarie che non potranno mai più essere davvero competitive sui loro mercati...

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