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Di Maio, il "trumpiano" che attacca i romeni

"Confermo frase su romeni, da me nessuna offesa". Ma la gaffe resta, come quella su Pinochet o quella sulla "lobby dei malati di cancro"

Prima pasticcia con il Cile, poi s’imbroglia con la Romania. E ora tenta di rimediare.

Sempre più candidato dal M5s alla carica di premier, Luigi Di Maio dopo aver fatto impazzire i geografi sta continuando con i diplomatici.

In un post apparso sul suo profilo Facebook, il vicepresidente della Camera è infatti riuscito a far sollevare un’intera nazione, ha provocato l’incidente tra ambasciate non appena ha scritto: "Mentre la Romania sta importando dall’Italia le nostre imprese, i nostri capitali, l’Italia ha importato dalla Romania il 40 per cento dei loro criminali".

Di Maio si è poi ripreso, ha aggiustato il tiro durante un'intervista a Corrierelive: "Confermo le parole del ministro della Giustizia romeno del 2009 riprese dal pm Ardita. Io non confermo ciò che non ho detto: che io volessi offendere il popolo romeno è una balla e tra l'altro sono più offensive le difese del popolo romeno di questi giorni. La mia non è una critica al sistema romeno ma al sistema giudiziario italiano. Si scusino i radical chic che oggi mi attaccano utilizzando termini che non ho mai detto".

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Il vicepresidente della Camera, in realtà, aveva rielaborato alcuni dati che il pm di Messina, Sebastiano Ardita, ha diffuso agli “stati Generali” del M5s che si sono tenuti sabato a Ivrea e che sì riguardavano il tasso di criminalità dei romeni in Italia, ma che certo non volevano essere, nelle intenzioni di Ardita, un embargo per etnie, una specificità di bandiera.

Insomma, è bastato il suo post per eccitare i romeni che anche Di Maio sa non essere tutti criminali ma forza lavoro compattissima e necessaria, come ha sottolineato l’ambasciatore George Gabriel Bologan che in una lettera ha replicato: «Molti dei miei onesti cittadini sono sui cantieri e i datori di lavoro li apprezzano e vogliono continuare a collaborare con loro, altri portano sollievo e assistenza a tante persone sole e immobilizzate, altri, medici e infermieri fanno arrivare la speranza e il sorriso ai malati».

Avevamo già capito che Di Maio amasse la geopolitica ma ne confondesse i confini quando, per attaccare Matteo Renzi, si lanciò in quello che non fu solo un azzardo politico ma addirittura uno sgorbio semantico. Per contrastare “l’arroganza” dell’ex premier, Di Maio scrisse così: «Questo personaggio ha occupato la cosa pubblica come ai tempi di Pinochet in Venezuela». Sarebbe bastato a Di Maio chiedere all’hermanos Alessandro Di Battista, uno che in Sudamerica è andato a compiere il suo viaggio di formazione e ne è tornato con uno strampalato diario, che Pinochet ha più che occupato la scena pubblica, è stato un dittatore senza dubbio, ma non in Venezuela bensì in Cile.

Ebbene, in evidente incontinenza da post, Di Maio si limitò a cancellare la gaffe, a ripulire la lavagna senza però mettersi dietro. Ma fu invece più che un capogiro, una vera e propria intossicazione da cattiveria politica, quell’infelicissima frase sulla “lobby dei malati di cancro” che Di Maio non solo pensò ma compose, sempre su Facebook, (“Esiste la lobby dei petrolieri e quella degli ambientalisti, quella dei malati di cancro e quella degli inceneritori”).

Anche allora si pensò che fosse un refuso prodotto dall’impeto, l’inciampo di chi sempre cammina in maniera avveduta. Si era riconosciuta a Di Maio, sin dall’inizio, la diversità di genere, quella che lo faceva brillare in mezzo ai deputati del Movimento. Non era solo l’abbigliamento a essere diverso ma era proprio la lingua, il codice di Di Maio a essere eversivo per prudenza.

Era il suo timbro che seduceva mentre il ghigno di Grillo che spaventava. E però, la prova che Di Maio si stesse strappando la camicia, si è avuta quando si è nuovamente servito del cancro come metafora per smontare l’opera del governo di Paolo Gentiloni: «La camomilla a un malato terminale fa lo stesso effetto di Gentiloni all’Italia di oggi. Cambiamo medicina subito. Al voto, al voto!». Ebbene, ci manca il vecchio e cominciamo a capire che è sempre più questo nuovo a emergere, è il Di Maio sgrammaticato e non più quello che aveva studiato la sintassi delle istituzioni. E forse, sarà colpa di quel telefono che Di Maio ormai non utilizza per comunicare ma come cestino del malumore. Cominciamo dunque davvero a rimpiangere il Di Maio che (forse) dissimulava.

Era silenzioso e adesso straparla. Era la riserva di Beppe Grillo, ma oggi sembra il Donald Trump di Pomigliano d’Arco. 

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