Cultura

Wilfredo Prieto, il Cattelan cubano che rovescia i luoghi comuni

Bucce di banana, carta igienica e filo spinato nelle sue opere (che volano oltre i 100 mila euro) in mostra a Milano

Un autobus snodabile di 18 metri, uno di quelli che girano per Milano, fermo all’ingresso dell’Hangar Bicocca con tutte le frecce accese come in un’attesa estenuante e in equilibrio precario su monete da 1 euro. È l’opera che apre la mostra di Wilfredo Prieto, il giovane artista cubano, a detta di critici e curatori il più interessante della sua generazione (Equilibrando la curva s’intitola la sua mostra, dal 22 giugno al 2 settembre, all’Hangar Bicocca ). Classe 1978, vive tra Cuba dove è nato e Brooklyn a New York. Una delle sue installazioni è stata appena acquistata dal Centre Pompidou di Parigi.

Gli oggetti quotidiani che usa, carta igienica o bucce di banana, sono reinterpretati come in un racconto di Jorge Luis Borges, che lui ama molto. "Parto dall’oggetto semplice per arrivare alla complessità" racconta da Sancti Spiritus, il paese al centro dell’isola dove è nato. Le sue quotazioni stanno volando oltre i 100 mila euro. Ricercato e coccolato da collezionisti importanti come il magnate ucraino Viktor Pinchuk, che l’hanno scorso lo ha selezionato per il suo premio da 100 mila dollari, si permette lo snobismo di parlare solo spagnolo e di evitare l’inglese, che pur conosce bene. Fa parte della sua cubanità: "Regime? Non c’è un regime qui, Cuba è un paese normale con una società giusta".

Ma l’isola invisibile è molto presente nei suoi lavori. Non la Cuba di Wim Wenders, ma quella di Guantánamo, come nella grande nuvola di filo spinato che sovrasterà i visitatori: "Volevo parlare di un elemento etico attraverso il grottesco: basta un dettaglio e un oggetto innocuo come una nuvola diventa inquietante". Cinico e sofisticato umorismo. "Ha una strategia alla Maurizio Cattelan: concettuale, ma intellegibile" sostiene il curatore Andrea Lissoni. E così davanti alla betoniera che si autocementa, povero gigante bloccato da se stesso, quasi si ride: "È simbolo del potere che si autodistrugge, che implode da solo".

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