Cultura

La Grande Guerra e le guerre moderne

Con Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere nelle zone più calde del pianeta, confrontiamo il conflitto mondiale scoppiato 100 anni fa con quelli attuali

Un'immagine del conflitto in Siria. – Credits: Getty Images

Incontriamo in trincea Lorenzo Cremonesi, da oltre 30 anni inviato di guerra del Corriere della Sera. Non una trincea afghana o di qualche altro devastato paese mediorientale, ma una del Trentino, sul fronte austro-italiano (cliccate qui per saperne di più, ndr): nel "tempo libero" tra un conflitto e una crisi internazionale, Lorenzo Cremonesi sta infatti andando alla scoperta dei luoghi della Prima Guerra Mondiale per realizzare una serie di reportage pubblicati da Sette, magazine di approfondimento del quotidiano di via Solferino.
"L'idea è venuta al direttore Pier Luigi Vercesi", ci spiega il giornalista, "che mi ha chiesto appunto di andare a guardare con gli occhi dell'oggi gli scenari della Grande Guerra, evento fondamentale per l'Europa di cento anni fa e per molti versi anche di quella attuale. Sono già stato sul fronte italiano come in Slovenia, su tutto il fronte francese come in Austria e in Belgio nella zona di Ypres, dove vennero usate le armi chimiche".

A proposito di armi chimiche, quali analogie hai sinora riscontrato tra la Grande Guerra e i conflitti moderni?
"La cosa che più mi ha colpito, è che sia iniziata come una guerra dell'Ottocento, con le divise colorate e con i fucili a un colpo, per trasformarsi poi completamente nel giro di un paio d'anni, divenendo di fatto la prima guerra moderna, fatta di comunicazioni, di movimento, di aerei e di strategie militari del tutto nuove, che anticipano quelle del successivo conflitto mondiale. Ho trovato similitudini anche leggendo le cronache di guerra dell'epoca: per la prima volta ci sono giornalisti al fronte con il compito di raccontare cosa sta accadendo e giornali che prendono posizioni in merito allo svilupparsi degli eventi".

La differenza più eclatante, invece?
"Vivendo da tanto tempo i conflitti mediorientali, il fatto che non sia sta una guerra di religione, anche se - studiando - ho scoperto che i tedeschi hanno svolto un grande lavoro di propaganda per mobilitare il mondo arabo con una Jihad contro gli inglesi e i loro alleati. Tornando ai media, leggendo le testimonianze dell'epoca ho poi constatato una cosa per certi versi ovvia, ma sulla quale mi trovo spesso a riflettere: il fatto di essere giornalisti e al contempo cittadini di Stati in guerra. Io ho avuto la fortuna di essere sempre e solo un osservatore, di seguire guerre che riguardavano e riguardano gli altri, ma spesso mi sono chiesto come le avrei vissute e interpretate se fossi ad esempio stato uno di quei 250 giornalisti iracheni assassinati in dieci anni di combattimenti nel loro Paese...".

C'è stato un luogo della Grande Guerra che ti ha colpito più di altri?
"Essendo nato in una famiglia di veri alpinisti, abituati a scalate impegnative, ho trovato particolarmente appassionante riscoprire la dimensione della 'Guerra Bianca', che si è svolta in quota e ha caratterizzato il fronte italiano. E' realmente impressionante lo sforzo logistico di uomini e di mezzi per sostenere gli eserciti asserragliati sulle vette. Ma c'è anche un altro aspetto che mi ha toccato: il fatto che nella 'Guerra Bianca' ci sia una dimensione diversa da quella degli altri fronti, ovvero quella dell'individuo. La guerra di montagna è una guerra che conserva ancora la sua umanità, se così si può dire. I morti hanno quasi sempre ancora un nome, mentre sul fronte occidentale - dalla Somme alla Marna - fu un unico terreno di massacro, che vide la morte di 50 mila soldati al giorno. La peggiore 'Primavera araba' è quella siriana, che ha causato 150 mila morti in tre anni: quelli che la Grande Guerra vide in tre giorni, con paesaggi sconvolti e con bombe rimaste inesplose che causano vittime ancora oggi, come accaduto pochissimo tempo fa a Ypres".

In quota si sono poi molto spesso conservate le testimonianze dirette, e toccanti, di quegli eventi...
"Infatti. In Trentino come nelle altre zone alpine interessate dal conflitto trovi percorsi che ti portano sulle tracce di quei soldati, con ancora le trincee e i baraccamenti dove hanno combattuto e sofferto. Tra l'altro, andare alla scoperta di questi luoghi - altra analogia con il presente - mi ha riportato alla mente l'esperienza vissuta sul ghiacciaio del Kashmir nel febbraio del 2002, dopo la conclusione della vicenda di Daniel Pearl, il giornalista americano assassinato in Pakistan. Sono andato a piedi da 3.000 a 6.500 metri di quota con una pattuglia delle truppe scelte pakistane di etnia pashtun, arrivando nella zona di una moderna 'Guerra Bianca': soldati indiani e pakistani che si fronteggiano sulle vette, lontano da tutto e da tutti, con morti causati tanto dai proiettili del nemico (assai spesso per l'impossibilità di riportare a valle in tempo i feriti) quanto dalle valanghe e dagli incidenti di montagna. Ho una foto di un comando militare in cui ho sostato, dove c'è una lapide con i nomi di tutti i soldati deceduti in questo conflitto di durata pluridecennale, affiancati dalla causa del loro decesso. Ecco di nuovo quella dimensione per così dire umana di cui ho parlato in precedenza, con l'ulteriore analogia di nazionalismi estremi che portano a proseguire incondizionatamente una guerra di posizione anche laddove è già difficile sopravvivere di per sé".

Perché una persona dovrebbe decidere di passare una vacanza visitando i luoghi della Prima Guerra Mondiale anziché una città d'arte o un parco nazionale?
"Perché quella guerra ha segnato la nostra storia, creando le condizioni per l'altrettanto tragica Seconda Guerra Mondiale. Mi ha colpito rileggere i diari dei corpi scelti: gente che alla fine del conflitto torna bellicosa nei rispettivi Paesi, gettando le basi per le origini del nazismo e del socialismo. L'ho visto anche nelle guerre che ho vissuto da inviato, in Iraq e in Siria più ancora che in Afghanistan: il vero dramma della violenza è che all'inizio puoi anche pensare di controllarla e convogliarla per i tuoi fini, ma poi crea sempre schegge impazzite per cui uccidere diventa un atto del tutto normale. E' questo il lato peggiore della guerra, che va conosciuta per non farla: questi luoghi, le memorie che conservano, aiutano appunto a sviluppare tale conoscenza".

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