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Cultura

"Oggi il kitsch" alla Triennale con Gillo Dorfles. Il cattivo gusto deve essere d’autore

Il kitsch non è solo una questione estetica, è anche una condizione umana. Che tuttavia nell’arte può assumere una propria grandezza. Parola di Gillo Dorfles, intervistato da Panorama. Che alla Triennale proprio al kitsch ha dedicato una mostra

"Guardi, non cominciamo con i ricordi, con le persone che ho conosciuto, i Saba, i Montale, gli Svevo. Andiamo subito al dunque, perché oggi non ho tempo, mi aspettano a Sesto, e poi devo ultimare alcune cose per la mostra in Triennale". Il passato è un fastidio che lo fa sbuffare di noia. Dritto, elegante nel suo spezzato di mezza stagione, Gillo Dorfles, 102 anni compiuti ad aprile, appoggiato al pianoforte a coda che domina il soggiorno carico di libri e opere d’arte, detta le regole dell’incontro: "Niente autobiografia, quelle si fanno post mortem, e niente retrospettive. Il nostro argomento è il kitsch".

Si scatta sugli attenti e si ubbidisce, come si fa con un maestro, anzi con uno dei critici d’arte fra i più apprezzati a livello internazionale. Laureato in medicina, ma fin da ragazzo appassionato d’arte, Dorfles ha insegnato estetica all’Università di Trieste ed è autore di saggi, divenuti ormai classici imprescindibili se si trattano argomenti teorici come Le oscillazioni del gusto , Mode & modi , Il divenire delle arti, Il kitsch.

Mitteleuropeo, poliglotta, curioso, artista e ceramista, Gillo Dorfles è un grande eccentrico nel panorama della cultura italiana del Novecento. Anzi come ha scritto un’altra critica, Lea Vergine, "è uno dei pochissimi uomini che può puntare i gomiti con le mani sui fianchi senza diventare un tamarro".

Allora veniamo al punto: la Triennale il 15 giugno inaugura una mostra sul kitsch da lei curata.
"Credo sia la prima volta che in Italia si faccia ufficialmente una mostra sul fenomeno. Sono stati fatti studi importantissimi sul kitsch, a cominciare da quelli di Hermann Brock e di Clement Greenberg. Ma mai una mostra scientifica. Strano perché il kitsch è una delle costanti della nostra epoca".

Intende una costante estetica?
"Della società, direi. Non parlo tanto dal punto di vista filosofico ma proprio da quello sociale. Oggi abbiamo una società dove il kitsch è estremamente diffuso, più di quanto non fosse una volta. D’altro canto anche il rapporto fra l’arte e l’uso del kitsch è qualcosa che prima non si era mai verificato. Oggi abbiamo delle opere che decidiamo di chiamare kitsch ma che hanno un valore di per sé in quanto opere. Per esempio Enrico Baj, uno dei migliori artisti degli ultimi 30 anni, ha volutamente introdotto nelle sue opere elementi come le dame, i mobili intarsiati, i soldati con le medaglie, che sono un rimando al kitsch. Che, quindi, viene impiegato, intenzionalmente o inconsapevolmente, per rafforzare l’incisività di alcune operazioni artistiche. Si pensi a Jim Dine, Robert Rauschenberg, Richard Hamilton. Ben diverso il caso dell’artista olandese Rudi van der Velde, al quale nella mostra della Triennale viene dedicata una Wunderkammer. La sua produzione, da egli stesso battezzata 'New kitsch', contribuisce alla creazione di un gusto anomalo, niente affatto ortodosso, dal troppo enfatico al popolaresco, grazie alla costruzione di opere che assemblano talismani, animali in plastica, teschi colorati, piume e pizzi. In questo caso il kitsch è addirittura glorificato come fattore essenziale dell’espressività artistica, dissacratoria e ludica".

Secondo lei, dunque, l’aggettivo kitsch non necessariamente è sinonimo di cattivo gusto.
"Direi che il kitsch indica un’ambigua condizione del gusto. Anzi, nell’ambito artistico ci sono esempi positivi nell’uso del kitsch. Certo se uso l’aggettivo in riferimento alla politica l’accezione è derogativa".

Il kitsch è solo una categoria estetica o può anche essere estesa alla morale?
"Già dagli studi di Clement Greenberg si parla di 'uomo kitsch', cioè di colui che ha una sensibilità alterata rispetto a quello che è, diciamo così, il gusto buono, ufficialmente ritenuto tale. Quindi l’uomo kitsch usufruisce dell’opera d’arte, anche della grande opera d’arte, in maniera kitsch. Facciamo un esempio. La Pastorale di Ludwig van Beethoven: uno con una certa sensibilità musicale apprezza moltissimo e segue la partitura con interesse; l’uomo kitsch ascolta la Pastorale solo perché è più gradevole, diciamo, della Nona. Quindi ascolta una musica autentica con l’orecchio kitsch. Allo stesso modo guarda la Gioconda di Leonardo non come un’opera d’arte di primissimo ordine ma per la sua piacevolezza, quindi per il lato deteriore dell’opera. Concludendo, esistono un’opera kitsch e un uomo kitsch: questa distinzione non sempre è capita".

Un esempio di uomo kitsch? Uno per tutti?
"Direi Muammar Gheddafi. Ma in generale tutti i dittatori sono kitsch, a cominciare da Benito Mussolini".

Nella nostra società, come si diceva all’inizio, c’è più kitsch di un tempo?
"Certo, perché c’è facile riproducibilità e maggior conformismo che rappresenta un modo formidabile per veicolare il kitsch. Perché tutti con i jeans oppure con la minigonna senza saperla portare? Il conformismo è una maniera comoda di adattarsi alla vita".

Il cattivo gusto può coincidere con la maleducazione?
"Le faccio un esempio. Ero alla Scala, non ci vado mai perché l’opera mi annoia, comunque sono andato in smoking. Guardando in platea ho provato ribrezzo, l’effetto cromatico era disgustoso: invece del nero c’era una melma di grigi e marroni. Ma dico: basterebbe un abito scuro. Questa è maleducazione, mancanza di conoscenza delle regole di comportamento, unita al cattivo gusto".

E le sembra così grave?
"È mancanza di rispetto, di sensibilità sociale. Si comincia così e si finisce con fare le foto con il telefonino a uno che muore per strada".

Solo lo snob allora non cade in tentazioni kitsch?
"Assolutamente no. Lo snob è colui che io chiamo radical-kitsch, una figura molto frequente nella buona società. In questo caso l’eccesso di buona educazione è pericoloso come la maleducazione".

Insomma, lei difende il cattivo gusto solo nell’arte?
"Ritengo che il bello non sempre è di buon gusto. Tuttavia io non faccio una difesa del cattivo gusto, né assolvo i tanti casi dell’arte dei nostri giorni, deficitaria sia dal punto di vista tecnico sia da quello estetico. Per contro, pure attraverso la mostra in Triennale, sottolineo come, anche con un gusto eterodosso come quello del kitsch si possa, talvolta, ottenere un quoziente estetico degno di un positivo riconoscimento critico e assiologico. Scostandosi da un bello troppo ufficiale si può, non sempre ma qualche volta, arrivare a un brutto di valore non indifferente".

E questo non può essere pericoloso?
"Certo, per questo mi affascina. È pericoloso e stimolante come smarrirsi in sentieri incerti, tra gli interstizi, seguendo le oscillazioni degli stili. Anche di vita".

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