Cultura

MoMA, Boetti e le fortune americane

Piace agli Usa l'artista torinese, che ora espone oltre cento opere al Musem of Modern Art di New York

(Ansa)

È uno degli artisti italiani che più ha saputo ammaliare gli americani, Alighiero Boetti. Acquistato, collezionato oltreoceano dagli anni ’70 in poi, le sue mappe, gli arazzi, le carte a biro e i kilim di lana e cotone adesso rivestono con fierezza le pareti del MoMA.

Al Museo di Arte Moderna di New York fino al primo ottobre c’è tutto Boetti. I cartoni ondulati, i tubi di eternit sovrapposti, i legni colorati dei primi lavori di Arte Povera, la ricerca sui temi del doppio e sull’ordine e disordine, i viaggi impossibili delle lettere spedite a persone reali con destinazioni immaginaria, la documentazione sull’One Hotel che l’artista aprì a Kabul nel 1971, e infine i lavori più iconici: le Mappe, i "Tutto", gli Arazzi, disposti nel salone del museo come una sacra scacchiera di coordinate spazio temporali.

Boetti, l’artista torinese che si sdoppiò in "Alighiero e Boetti", ha avuto sempre un proficuo legame con gli Usa. Grandi gallerie americane, l’ultima Gagosian, hanno puntato sulle sue opere e durante la nuova edizione newyorchese di Frieze Art Fair un suo arazzo è stato tra le prime opere a essere vendute, per 500 mila euro a un collezionista americano. Ma è negli anni ’70 che iniziano le fortune americane dell'artista, quando lavora fruttuosamente con John Weber prima, e Holly Solomon poi, due gallerie della Grande Mela che hanno fatto la storia. "Alighiero guardava il mondo con gli occhi di un bambino", dice Filippo Fossati, curatore e amico di Boetti, "e con il suo lavoro apparentemente facile da decifrare ha conquistato gli americani, aprendo anche la strada degli Usa anche ad altri artisti italiani come Dessì, Pizzi Cannella, Clemente”.

Gli “Aerei” o le “Mappe” ricamate su tela che disegnano i confini del mondo in base alle zone di influenza politica, sono stati acquisiti da importanti musei americani come il MoCA di Los Angeles, il Walker di Minneapolis, il Dallas Museum e dallo stesso MoMA, che espone la Classificazione dei mille fiumi più lunghi del mondo, opera tra le più complesse di Boetti, realizzata nei ’70 ed entrata in collezione nel 1994.
“In America Boetti piace perché il suo lavoro può sembrare a prima vista decorativo, nonostante abbia assolutamente una componente filosofica e concettuale" spiega Christian Rattermeyer, curatore del MoMA e organizzatore della mostra che ha fatto tappa al Reìna Sofia di Madrid e alla Tate di Londra. "Penso a opere dense di colore, come le mappe geografiche con le bandiere delle nazioni, che creano un linguaggio che è stato compreso dagli americani anche per la vicinanza a quello di artisti internazionali come Gabriel Orozco, Cy Twombly, Sol Lewitt, con cui Boetti fu in stretto contatto”.

Game Plan, strategia di gioco letteralmente, è  il nome scelto per la retrospettiva, per illustrare il senso della giocosità, tesa e ponderata, dell'arte di Boetti che sapeva sedurre un po' tutti.
"Boetti è il contrario dell'artista serioso, noioso, verboso", ricorda uno dei suoi galleristi, Massimo Minini, decano dell’arte contemporanea in Italia. "Piace agli americani ma piace molto anche agli italiani e piaceva agli afghani. Il fatto è che Boetti tocca con leggerezza corde nascoste in noi: ovvietà, proverbi, modi di dire, calcoli matematici, contraddizioni, buone azioni. Boetti gioca con leggerezza e schiaccia l’occhio arrotolando una sigaretta".

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