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Svetlana Aleksievic Nobel 2015, il trionfo della letteratura dei fatti

Un premio politico ma anche il riconoscimento a una scrittrice vera che ha creato non-fiction con un grande valore formale

Non nasconde la sua visione politica Svetlana Aleksievic, bielorussa nata in Ucraina (Ivano-Frankovsk) nel 1948, che scrive in russo, premio Nobel per la letteratura 2015.

Il suo sguardo sulla realtà è analitico, ma ha ben chiaro dove stiano le ingiustizie, la povertà, le violazioni dei diritti.

Per questo lei, i suoi scritti e questo premio Nobel non piacciono per nulla sia al governo di Lukaschenko a Minsk, sia a Putin e i suoi, cui Aleksievic non ha mai risparmiato le critiche.

Svetlana è troppo pacifista, guarda negli occhi la realtà, non sopporta gli impulsi imperiali di Putin, il suo disprezzo per la democrazia e il consenso nazionalista che lo sostiene.

Ha scritto senza retorica della "grande guerra patriottica" contro la Germania, ha visto e fatto parlare i reduci dalla terribile avventura nell'Afghanistan, ha dato parola, precisa e tagliente alla terra desolata della Bielorussia dopo Chernobyl.


 

Insomma, i cantori della presunta anima nazionalista russa, quella esaltata dalla propaganda sovietica allora e da quella di Putin oggi, non la digeriscono.

Giovedì 8 ottobre, il giorno della proclamazione del premio Nobel, il portavoce del presidente russo si è limitato a un po' di sarcasmo rabbioso a chi gli chiedeva cosa pensasse delle critiche taglienti di Aleksievic a proposito del coinvolgimento russo nel Donbass in Ucraina, e del colpo di mano in Crimea.

Scrittrice vera
Il fatto che la sua scrittura abbia grande rilievo politico e sociale, non può oscurare però che Svetlana Aleksievic sia anche scrittrice vera.

È insomma una di quelle rare penne capaci di trascendere il giornalismo; dotate di forza e talento per raccontare la realtà con il respiro dello scrittore.

Si potrebbe dire, per semplificare un po', che Aleksievic scriva nel modo che gli americani chiamano ormai "Creative non-fiction".
Una forma che - partendo dalla ricostruzione di fatti realmente accaduti e descrivendo persone realmente esistenti, espressi con rigore e precisione fino ai dettagli - usa linguaggi, strutture, stili e registri propri della narrativa.

Come molti scrittori contemporanei - uno che l'ha più volte teorizzato è per esempio Geoff Dyer - Aleksievic è convinta che "la letteratura dei fatti sia oggi più potente della fiction, delle storie che possiamo inventarci".

Le voci, la polifonia
In particolare, la scrittura di Svetlana Aleksievic, lavora sulla voce del narratore. Anzi sulle voci. Infatti è "polifonico" l'aggettivo associato alla sua scrittura anche nella motivazione del Nobel.

Il lavoro sulle voci molteplici da far parlare sulla pagina è per Aleksievic prima di tutto raccolta delle testimonianze, intervistando, parlando con le persone con empatia e rigore, nel rispetto dei punti di vista, rispetto anche stilistico.

È come se applicasse Michail Bachtin a quello che viene anche chiamato "reportage narrativo" (al suo Preghiera per Cernobyl, e/o 2004, è stato riconosciuto proprio il Premio Sandro Onofri per il miglior reportage narrativo).

I suoi riferimenti letterari sono Dostoevskij, che, ha detto Aleksievic, cercava le sue storie sui giornali, e, più direttamente, lo scrittore-partigiano bielorusso Ales Adamovich, che ha sviluppato una forma ancora più specifica di romanzo-verità, definito in vario modo attorno al concetto di "coro epico" o "romanzo oratorio".

Ha detto Sara Danius, Segretario permanente dell'Accademia di Svezia che conferisce il Nobel, che la sua scrittura, dedicata al mondo sovietico e post-sovietico, non riguarda propriamente la "storia degli eventi".
È invece una storia delle emozioni: "quel che ci offre è un mondo emozionale", gli eventi sono quasi pretesti per esplorare l'individuo, l'anima. Tutto però fondato sulla scrupolosa raccolta di migliaia di interviste, "con bambine, donne e uomini".

In attesa che Bompiani pubblichi in novembre La guerra non ha un volto di donna il suo primo lavoro, uscito negli anni poco dopo il 1980, dedicato alla seconda guerra mondiale in Unione Sovietica vista dalle donne, cito qui un passaggio da Preghiera per Chernobyl, dal quale ci si può fare un'idea più precisa dello stile, del linguaggio e dei temi di Aleksievic.

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...La prima volta ci hanno detto che qui da noi c’era la radiazione
e noi abbiamo pensato: sarà una malattia, chi si ammala muore, punto e basta. No, ci hanno spiegato, è una cosa che finisce sul terreno e si infila anche sotto, ma non si può vedere. Per gli animali è diverso, la vedono e la sentono, l’uomo no. E invece non è vero! Io l’ho vista... Questo cesio era finito nel mio orto e c’è rimasto finché non l’ha inzuppato la pioggia. Ha il colore dell’inchiostro... Era lì per terra e luccicava, a pezzetti iridescenti... Ero venuta via un momento dal kolchoz per dare un’occhiata al mio orto... Era un pezzetto così, tutto blu... E duecento metri più in là, ancora un altro...
Grande come il fazzoletto che ho in testa. Ho chiamato la vicina, le altre donne, siamo corse qua e là. Per gli orti, i campi vicini... Un paio di ettari... Solo di pezzi grossi ne abbiamo trovati quattro... Uno anche rosso... L’indomani ha cominciato a piovere. Fin dalla mattina. E all’ora di pranzo erano spariti tutti. Quando sono arrivati quelli della milizia non c’era più niente da far vedere. Abbiamo potuto solo raccontarglielo.
Erano pezzi così... (Ne mostra le dimensioni a gesti.)
Come il mio fazzoletto. Blu e rossi...
Questa radiazione non ci faceva molta paura... Se non l’avessimo trovata nell’orto, se non avessimo visto com’era, magari ci avrebbe fatto più paura, ma ormai non era più il caso. Gli agenti della milizia e i soldati hanno messo dei cartelli davanti ad alcune case e sulla strada, e c’era scritto: settanta curie, sessanta curie... E a noi che da una vita campavamo delle nostre patate, delle nostre buone cipolle, di punto in bianco sono venuti a dire che non si poteva più! Da non sapere se ridere o piangere...
Da Preghiera per Chernobyl (e/o), pag. 46
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