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"La scomparsa del dottore" di Giorgio Cosmacini: il medico di famiglia esiste ancora?

Nel saggio lo storico della medicina riflette sull'estinzione di questa figura un tempo centrale nella vita di tutti. Oggi il medico di base compila ricette, prescrive esami, si affida alla tecnologia. Vede il malato, ma perde di vista la persona. Eppure la rinascita del suo mestiere non solo è possibile, ma necessaria

di Giorgio Cosmacini*

LA TECNOMEDICINA SERVE, MA NON BASTA

Coloro che hanno memoria degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta del Novecento, cioè quanti sono tra il settimo e il nono decennio di vita, certamente ricordano il tempo nel quale "il dottore" era visto come un interlocutore familiare dei dolori e delle pene, fisiche e morali, che venivano ad aggravare l’esistenza: problemi di salute, ma non solo, problemi di equilibrio personale e interpersonale, di benessere e di malessere, di ciò che si doveva fare per stare bene o per non stare male.

"Il mio dottore è un vero uomo di scienza e coscienza a cui dico tutto, come al confessore". Questo modo di dire era ricorrente e accreditava la figura del medico di meritato prestigio e d’incondizionata fiducia. Entro tale visione il dottore era in grado di compensare la propria ancor scarsa "efficienza terapeutica" con la propria spesso valida "efficacia curativa". Terapia e cura non sono sinonimi: a quel tempo la terapia della malattia, pur sovente inefficace, era tuttavia quasi sempre unita a un aver cura del malato, che a questi giovava.

Successivamente, a partire dalla "rivoluzione terapeutica" innescata dall'avvento degli antibiotici e proseguita a tutt'oggi con le innumerevoli conquiste vantaggiose della tecnomedicina, il rapporto tra curanti e curati si è fatto via via sempre più tecnologico tendendo a sovrapporsi o addirittura a sostituire l’accostamento umano, umanologico, del medico al paziente.

Si è aperta una nuova stagione, che è quella odierna. Le malattie non sono più quelle infettive, che i farmaci potevano guarire; sono quelle metabolico-involutive legate in gran parte al protrarsi della vita media. La tecnomedicina ha molto contribuito a questa maggior quantità di vita e al miglioramento della sua qualità. Ma le malattie con cui essa fa i conti sono oggi quelle cardiovascolari e tumorali, infarto, ictus, cancro, leucemie, e quelle neurodegenerative, morbo di Parkinson, sclerosi multipla, Alzheimer, che talvolta non si possono (ancora) guarire, ma che si debbono (sempre) curare.

Il medico d’oggi è certamente un tecnico; guai se non lo fosse. Però non può essere solo tale. La competenza tecnica è necessaria, ma non sufficiente. Egli può usare bene il computer, osservare protocolli e linee guida, fare buon uso di farmaci ed esami. Ma non può pensare che tutto ciò possa compensare l’eventuale mancanza del buon metodo clinico, basato anche sulla relazione di cura, sul rapporto interumano, interpersonale, tra la propria persona e la persona del malato. Il malato ha bisogno del medico della persona, tanto competente quanto disponibile, come lo era una volta, salvo eccezioni, "il dottore".

*medico, filosofo e storico della medicina, autore del saggio La scomparsa del dottore

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