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Salva i ciclisti: in un libro, il racconto della campagna di sensibilizzazione per chi va sulle due ruote

In un libro Chiarelettere, Pietro Pani spiega come è nata  la prima critical mass digitale della storia, che ha portato alla stesura di un disegno di legge trasversale per tutelare le due ruote

(Credits: Ansa/Percossi)

Si definiscono un movimento popolare e spontaneo “indipendente da partiti e associazioni” che chiede alla politica “interventi mirati per aumentare la sicurezza dei ciclisti sulle strade italiane sulle quali sono morti negli ultimi 10 anni 2.556 ciclisti”. Ma sono forse qualcosa di più, considerato il radicamento e la capillarità dell’iniziativa. #salvaiciclisti è una campagna rimbalzata dall’Inghilterra e arrivata in Italia con una certa risonanza, quantomeno virtuale, che ha portato persino partiti e Parlamento a sensibilizzarsi, con un disegno di legge sottoscritto da oltre 60 parlamentari. In unlibro edito da Chiarelettere (e intitolato appunto Salva i ciclisti ), il suo promotore, Pietro Pani, ha deciso di raccontarne la genesi. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro.

di Pietro Pani

Salvaiciclisti non nasce in modo casuale. La mattina del 4 novembre 2011, Mary Bowers, una cronista di 27 anni in forze alla redazione del «Times» di Londra, come di consueto, si reca al lavoro in bicicletta. Malauguratamente viene affiancata da un autoarticolato che, non accorgendosi della sua presenza, effettua una svolta a sinistra schiacciandola sotto le ruote del pesante rimorchio. La Bowers riporta fratture multiple alle gambe e al bacino e lo schiacciamento di svariati organi interni, cadendo in un coma profondo che al momento in cui andiamo in stampa (giugno 2012) dura ormai da sette mesi. Dopo una breve riunione, il direttore del «Times», James Harding, decide che è giunto il momento di lanciare una campagna di sensibilizzazione diretta all’opinione pubblica e alla politica, volta a garantire strade più sicure ai ciclisti britannici, poco rispettati e troppo spesso vittime di incidenti tanto banali quanto evitabili.

Per il lancio della campagna, Harding si rivolge a uno dei più cari amici, nonché collega della Bowers al «Times», Kaya Burgess. Burgess trascorre diverse settimane studiando gli incidenti avvenuti sulle strade britanniche nel tentativo di tipizzarli e catalogarli per individuarne la fattispecie più diffusa. Le cifre che emergono sono allarmanti: dal 2001 sono 1275 i ciclisti britannici morti in un incidente (la metà rispetto a quelli italiani); nei primi sei mesi del 2011 si contano 1850 vittime, tra morti e feriti gravi, il che equivale a un trend di crescita del 12 per cento rispetto all’anno prima.

Il giornalista si sposta poi oltremanica e si dedica allo studio della Danimarca e dell’Olanda per carpire i segreti di questi paradisi della ciclabilità. Tornato a Londra, imposta una campagna che viene lanciata ufficialmente il 2 febbraio dalle colonne del quotidiano inglese.

Il manifesto

Non è la prima volta che un giornale britannico alza il livello di attenzione sul tema della sicurezza in bicicletta: già nell’aprile del 2011 il quotidiano inglese «The Independent» aveva lanciato una campagna dal titolo Save our cyclists, dedicando l’intera prima pagina ai volti di alcune vittime della strada. Anche in quell’occasione erano state avanzate delle proposte concrete, in parte riprese dal manifesto del «Times», ma, forse a causa della timidezza del quotidiano «The Independent», il tentativo di cambiare la ciclabilità delle strade britanniche si era risolto in un nulla di fatto. Forte di questa esperienza, il 2 febbraio il «Times» dedica l’intera prima pagina alla campagna Cities fit for cycling (città a misura di bicicletta), e fa lo stesso con la homepage del sito.

Il titolo è inequivocabile, riprende apertamente quello di «The Independent», e a occupare quasi tutta la pagina è la foto di Mary Bowers. Da qui Kaya Burgess scrive un pezzo quanto mai doloroso: parla di Mary e della sua gioia di vivere, di come probabilmente non potrà mai ringraziare le persone che l’hanno aiutata durante le operazioni di soccorso dopo l’incidente, fa la conta dei morti e dei feriti, ma soprattutto chiede un cambiamento alla politica perché «troppe famiglie hanno perso i propri figli, figlie, padri, madri, mariti e mogli».

Questa volta la campagna è ben strutturata e ha le carte in regola per funzionare: il giorno del lancio, il «Times» presenta un manifesto di otto punti indirizzato al Parlamento chiedendo misure specifiche per la tutela dei ciclisti:

1. I camion che entrano in un centro urbano devono essere dotati, per legge, di sensori e allarmi sonori che segnalino la svolta, di specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.

2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.

3. Deve essere condotto un audit nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Gran Bretagna e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.

4. Il 2 per cento del budget della Highways Agency (l’equivalente dell’Anas italiana) deve essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione, quindi 100 milioni di sterline all’anno devono servire per la creazione di infrastrutture ciclistiche. Ogni anno le città dovranno essere valutate sulla base della qualità dell’offerta ciclistica.

5. Si deve migliorare la formazione di ciclisti e autisti e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.

6. 20 miglia all’ora (32 km/h) deve essere il limite massimo di velocità nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.

7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili, prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays.

8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.

I lettori sono invitati a raccontare le proprie storie di horror ciclabile e a chiedere ai propri rappresentanti in Parlamento di appoggiare gli otto punti del manifesto. Il sito del «Times» mette a disposizione un’applicazione che, attraverso l’utilizzo di Google Maps, permette ai lettori di segnalare i tratti più pericolosi sulle strade britanniche in modo da costruire un database dettagliato dei punti in cui è maggiormente necessario un intervento per migliorare la sicurezza. I risultati sono impressionanti: il secondo giorno il «Times» comunica di aver ricevuto oltre cinquemila adesioni da parte dei propri lettori, ma anche da parte di ciclisti professionisti e sindaci che chiedono strade più sicure. Proprio i ciclisti professionisti sono i protagonisti della prima pagina del 3 febbraio: Mark Cavendish, campione del mondo su strada, e altri cinque campioni olimpici mettono la faccia per sottolineare l’importanza della campagna in atto.

Anche il titolo è inequivocabile: The cyclists’ revolt, «La rivolta del ciclisti». Il 4 febbraio la prima pagina del quotidiano torna a essere dedicata alle notizie comuni, ma la campagna Cities fit for cycling continua a monopolizzare la home page del sito e continuerà a farlo per le settimane a seguire. Di lì a poco, il «Times» registra una serie di successi strabilianti: la discussione della legge basata sugli otto punti del manifesto viene calendarizzata per il 23 febbraio, mentre la campagna Cities fit for cycling viene ufficialmente sposata dal Partito laburista e riceve l’approvazione pubblica da parte del Primo ministro conservatore David Cameron che dice: «In quanto convinto ciclista voglio congratularmi con il “Times” per aver portato l’attenzione su questo problema. Noi vogliamo incoraggiare la ciclabilità perché è il metodo più economico, più sostenibile e più salutare per andare da un posto all’altro. Aumentare la percezione di sicurezza delle persone è quindi fondamentale».

Un paese di ciclisti

A pochi giorni dal lancio in Gran Bretagna, la campagna arriva anche nel nostro paese, dove, seppur strutturata in modo radicalmente diverso, finisce per riscuotere un notevole seguito. Il motivo per cui la campagna è stata ripresa in modo tanto forte in Italia e non in altri paesi non è casuale: l’Italia coltiva da sempre un rapporto molto stretto con la bicicletta e, nonostante i ripetuti tentativi da parte dell’industria dell’automobile, non riesce ad abbandonare questa antica passione.

Il nostro paese, infatti, è quello che forse più di ogni altro ha contribuito allo sviluppo della bicicletta, tanto da un punto di vista della tecnica quanto da un punto di vista sportivo. Senza entrare troppo nel dettaglio e tralasciando l’intuizione di Leonardo da Vinci, vale la pena ricordare che Edoardo Bianchi (fondatore della casa omonima) fu colui che perfezionò la trasmissione a catena, Tullio Campagnolo fu l’inventore del cambio di velocità moderno, Giovanni Battista Pirelli realizzò lo pneumatico per bicicletta così come lo conosciamo oggi, Cino Cinelli inventò il pedale a sgancio rapido e il manubrio in alluminio.

Non è un caso se il Touring club italiano, la prima e più grande associazione nazionale dedicata alla scoperta del territorio, nasce nel 1894 proprio con la denominazione di Touring club ciclistico italiano. Solo due anni dopo viene fondata «La Gazzetta dello Sport» (oggi il quotidiano più venduto in Italia), che nasce come bisettimanale specializzato di argomento ciclistico.

La bicicletta è tanto radicata nell’immaginario collettivo degli italiani da essere diventata parte integrante della cultura nazionale. Francesco De Gregori, Paolo Conte, Nanni Svampa, Gino Paoli, Enrico Ruggeri, Paolo Belli sono solo alcuni degli artisti che hanno reso omaggio al velocipede all’interno delle proprie canzoni. Svariati pittori, a partire dai futuristi Boccioni, Sironi e Scarpitta, hanno immortalato la dinamica eleganza del ciclista, mentre è praticamente impossibile ricostruire in quali e quanti film, da Ladri di biciclette in poi, la bicicletta è stata presentata come fedele compagna di vita degli italiani.

Oggi, se si fa un giro sul web, si possono trovare diverse centinaia di siti internet e blog in lingua italiana che, in un modo o nell’altro, parlano di ciclismi. Il patito della mountain bike, il fanatico della bicicletta da corsa, il malato della bici a scatto fisso, il fan della reclinata, il cicloviaggiatore, il ciclista urbano, il ciclomobilista, l’appassionato della tecnica, il fedele del corridore professionista, lo scalatore, il triatleta, il pistard, l’ecociclista rappresentano mondi diversi tra loro che spesso rasentano l’incomunicabilità ma, oltre all’amore per il mezzo bicicletta, hanno in comune la percezione del pericolo ogni volta che salgono in sella e sfidano le insidie del traffico quotidiano.

I blogger che si dedicano al mondo delle due ruote sono i primi a capire che oltremanica sta avvenendo qualcosa di grosso e, per questo motivo, decidono di mettere da parte le proprie ataviche rivalità e di unirsi in una specie di network di comunicazione finalizzato a un unico obiettivo: mostrare alla carta stampata italiana l’esempio del quotidiano londinese, nella speranza che qualche grande editore decida di adottare la campagna e di promuoverla in modo forte per trasformare l’Italia in un paese più civile, in cui sia possibile guardare senza troppa invidia alla Mecca della ciclabilità del Nord Europa: l’Olanda.

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