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Rousseau compie gli anni: due libri e una polemica per ricordarlo

Tre secoli fa nasceva il filosofo che avrebbe stravolto la pedagogia. Proviamo a ricordarlo segnalando due libri che vale la pena davvero leggere

Jean-Jacques Rousseau (Credits: Ansa)

Fosse ancora vivo, oggi compirebbe tre secoli esatti, ma non è affatto detto che avrebbe molta voglia di festeggiarli in Italia. Jean-Jacques Rousseau è citato e celebrato in ogni dizionario enciclopedico nostrano. “Filosofo e scrittore svizzero di lingua francese”, dice l’enciclopedia, ma la voce, alle nostre latitudini, è stata poco studiata e praticata, almeno fino a venti anni fa.

Fino a metà del secolo scorso, la pubblicistica italiana l’ha praticamente ignorato, con giudizi rapidi e liquidatori (vedi Croce e De Ruggiero) che non gli hanno reso fino in fondo giustizia. Poi è stato rivalutato, ripreso e citato, ma anche in questo caso non gli è andata particolarmente bene.

Rousseau è perlopiù diventato infatti solo una misura di confronto con Marx. Così il suo Discorso sulla ineguaglianza ha finito col dimostrare il debito che il filosofo di Treviri aveva nei suoi riguardi; la Prefazione al Narciso ha anticipato la critica alla società civile moderna; e così via, procedendo di esempio in esempio fino a una riduzione perlomeno ingiusta e riduttiva.

Proviamo allora ad abbandonare per un attimo la polemica filosofica, e concentriamoci sull'aspetto prettamente narrativo. Oltre che un grande filosofo, Rousseau resta infatti un talentuoso narratore: secco, piano, a volte colloquiale. Per questo, gran parte della sua opera vale la pena di essere letta. Proviamo allora a scegliere due libri che meritano di trovare spazio nelle nostre librerie.

Impossibile non partire con l’Emilio . È la sua opera più nota, certo, insieme al Contratto sociale . Poggia su un architrave del pensiero filosofico rousseauiano: l’uomo nasce buono e i suoi vizi sono imputabili solo a uno stato sociale malamente organizzato e un’educazione falsa e illusoria. Rousseau descrive un completo ciclo educativo, provocando un vero e proprio smottamento tra i principi pedagogici a lui coevi. E non è un caso, infatti, che tutti i più celebri educatori dell’Ottocento da Pestalozzi a Froebel, polemizzando spesso con lui, dovranno comunque sempre farci i conti. Ma oltre che un pilastro della filosofia e della pedagogia, l’Emilio è innanzitutto un racconto levigato, piano, ben scritto, immediatamente comprensibile, come di rado capita tra filosofi.

Chi volesse sondare le vicissitudini dell’uomo, e capire meglio le conseguenze e gli echi delle polemiche filosofiche, può virare invece sul libro più autobiografico del filosofo nato a Ginevra. Le confessioni , pubblicate postume in due volumi, non hanno certo la compattezza e il rigore di altre opere, ma rappresentano il riscontro più immediato di quello che dirà Sainte-Beuve: e cioè che, “in ogni cosa, come pittore, Rousseau possiede  in alto grado il sentimento della realtà”. Ma il giudizio migliore sul libro resta quello di un altro suo ammiratore, Gustave Flaubert: “E’ qui che la sua anima si mette a nudo – scriverà dopo aver letto i due volumi – Ci sono alcune pagine per le quali mi sono sentito sciogliere in delizie e in amorosi vaneggiamenti”.

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