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Francesco Rosi e Giuseppe Tornatore: Io lo chiamo cinematografo

Nel libro, il grande regista de Le mani sulla città si racconta al più giovane collega, in un percorso che unisce professione e vita personale, attraverso la storia del cinema italiano del Novecento

Tornatore- Rosi

Francesco Rosi e Giuseppe Tornatore – Credits: Getty Images

Duecento lunghe ore di conversazione, seduti l'uno di fronte all'altro con il registratore tra di loro a immortalare frasi, aneddoti, episodi, ricordi personali che coinvolgono l'epoca più prestigiosa della cinematografia italiana del Novecento. Il primo dei due personaggi è Francesco Rosi, tra i più grandi registi italiani di tutti i tempi, il Maestro. L'altro, che raccoglie le inedite testimonianze e contemporaneamente le elabora, è il collega più giovane, Francesco Tornatore. Il risultato di tale lavoro certosino, durato due anni, è il volume Io lo chiamo cinematografo, autori Francesco Rosi e Giuseppe Tornatore, edizioni Mondadori.

La particolarità della lunga intervista raccolta nel libro è la capacità di Tornatore di essere in sintonia professionale con il collega più anziano: caratteristica essenziale per interpretare ogni dettaglio dei ricordi con la sensibilità di chi fa lo stesso mestiere. Il lettore intuisce, fin dalle prime pagine, come quell'alchimia artistica tra i due si traduce in un racconto dai risvolti umani che un giornalista comune,senza la giusta cultura cinematografica, non sarebbe mai riuscito a scrivere. Sceneggiatore, produttore cinematografico e montatore, oltre che regista, Tornatore, nel libro, sottolinea come Rosi, oggi novantenne, sia stato tra i primi ad affrontare, sul grande schermo, tematiche legate alla mafia e alla criminalità organizzata in un'epoca in cui non si poteva pronunciare neppure la parola "mafia".

Come in ogni biografia che si rispetti, il protagonista inizia dai primissimi ricordi personali. E' stato il padre a fargli scoppiare dentro l'amore per il cinema. Un giorno lo condusse a vedere Il monello con Charlie Chaplin.Dinanzi a quelle immagini il piccolo Francesco ebbe una sorta di premonizione: capì di non poter fare altro nella vita che dedicarsi al grande schermo, ma soprattutto intuì quale contributo avrebbe potuto dare al racconto cinematografico interpretandolo alla sua maniera."La mia educazione" svela Rosi, "avvenne sui testi e sulle idee di Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini. Da allora pulizia morale e regole etiche sono state al centro della mia vita".

Ma c'è di più: il padre di Francesco Rosi, che di mestiere era responsabile di un'agenzia marittima privata, oltre la passione per il cinematografo, amava anche la fotografia ed era un ottimo disegnatore e caricaturista. Lavorava per una serie di giornali napoletani che lo inviavano sui campi di calcio a ritrarre "umoristicamente" i giocatori dell'allora gloriosa squadra napoletana. Quando, invece, era a casa, amava ritrarre il piccolo Francesco in diferenti situazioni, persino quando si addormentava sul seggiolone, dopo aver mangiato. Anzi, alcune di quelle immagini gli servirono in seguito come manifesti pubblicitari.Nel tentativo di inculcare al figlio l'amore per il cinema, Francesco Rosi intravede, oggi, l'intenzione nascosta del genitore di avviarlo sulla strada che lui non aveva mai avuto il coraggio di percorrere: quella dell'arte cinematografica. E bisogna riconoscere che il fine fu presto raggiunto. "Anni dopo" dice Rosi nel libro, "ero talmente cine-.dipendente, che trascorrevo i pomeriggi nelle sale. Una volta vidi per ben quattro volte consecutive La tragedia del Bounty, senza avere la forza di muovermi dalla sedia, in costante attesa che le immagini tornassero sulla schermo. Per me era sempre come se le vedessi per la prima volta. Tentavo di imprimere nella mente ogni dettaglio, ogni frase pronunciata dagli attori, ogni particolare dell'ambientazione e dei paesaggi.

Gli incontri con i grandi maestri del Novecento cinematografico italiano rappresentano le pagine salienti del libro. Luchino Visconti viene ricordato da Francesco Rosi, che lo ammirava incodizionatamente, per il rigore e la precisione con cui svolgeva il suo lavoro. Caratteristiche che spesso facevano apparire il regista una sorta di dittatore sul set. "Ma io" svela Rosi, "ero disposto a perdonargli tutto, pur di stargli accanto e imparare da lui".Rosi fu aiuto regista di Visconti per i film La terra trema e Senso. Ed ebbe anche una grande stima per Vittorio De Sica e Alessandro Blasetti, le cui pellicole furono determinanti per incamminarlo sulla strada del cinema.

E poi il Maestro si abbandona ai ricordi sugli attori che ha diretto nei suoi film. Qualche nome: Sophia Loren, Omar Sharif,  Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Albero Sordi. Sul film-inchiesta Salvatore Giuliano del 1962 e sul successivo Le mani sulla città, gli episodi inediti e le curiosità svelati per la prima volta, sono davvero imperdibili.

Titolo: Io lo chiamo cinematografo

autori: Francesco Rosi e Giuseppe Tornatore

edizioni Mondadori

pagine 470, 18 euro.

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