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Romana Petri, "Figli dello stesso padre"

Figli dello stesso padre, due madri diverse, nove anni di differenza. Il destino, le famiglie, la sete di assoluto li hanno separati irrimediabilmente. Come riavvolgere il tempo, ricucire le distanze e affrontare l'abisso della propria "dark side"?

Figli dello stesso padre, particolare della copertina

"La follia dal dio proveniente è assai più bella della saggezza d'origine umana". Un paio di millenni prima di Sigmund Freud e Gustav Jung, Platone nel Fedro sorprese i suoi consimili enunciando uno dei celebri paradossi da cui sarebbero maturate tante creative interpretazioni del binomio apollineo-dionisiaco. A questa tradizione classica e alle grandi saghe familiari del Novecento si allaccia Figli dello stesso padre , ultimo romanzo di Romana Petri.

Un dramma nello spazio privato di una famiglia allargata e slabbrata a furia di separazioni egoismi rimorsi e rancori. La crisi della figura paterna in una rappresentazione di stampo teatrale, coi suoi personaggi archetipali che si sfidano sul proscenio a colpi di ricordi. Il climax emotivo procede, a fuoco lento, bordeggiando l'enigma primario dell'esistenza fino alla catarsi di una nuova nascita. Come in una tragedia greca, ha suggerito la stessa autrice, le donne occupano il ruolo delle corifee, i maschi incarnano virtù e debolezze assolute e bipolari, il senso del limite e dell'illimitato.

Emilio e Germano si ritrovano fra i quaranta e i cinquanta lontani geograficamente (l'uno a Pittsburgh, professore di matematica, l'altro a Roma, affermato pittore) e spiritualmente. Li unisce in maniera inconsapevole e dolorosa l'impronta di Giovanni, il padre ormai scomparso ma rimasto ingombrante e subdolamente complice. Artefice dello scasso delle rispettive famiglie, generoso-egoista al limite dello stereotipo, amato-odiato-conteso dalle donne e dai figli. La gelosia del primogenito Germano si è cristallizzata in rivalità ossessiva per il possesso del padre-fantasma, Laio mancato. Finché un giorno manda un biglietto al fratello invitandolo all'inaugurazione della sua mostra.

La trama è fievole apparenza: immaginiamo subito tutto fin dal principio, come quei film che iniziano con un delitto in cui si vede in faccia l'assassino. Allora sono i dettagli a risaltare nella loro raffinatezza e cura. Le cose che avevamo dimenticato. Il lessico familiare, i riti quotidiani, l'odore di una casa, gli oggetti che rassicurano, l'ordine della matematica e il disordine dell'arte. E ancora, nei campi minati della psiche: il potere dei grandi e l'angoscia dei bambini, il mostro che la mitezza cela, la resa del più debole, il rancore covato e stanco. L'orgoglio che dà coraggio, la fedeltà della formica, la perfezione surrogato del benessere.

Nel bene e nel male, per possedere davvero ciò che abbiamo ereditato dal padre dobbiamo riconquistarlo. Questa intuizione di Goethe, che Massimo Recalcati spiega nel popolare Il complesso di Telemaco - Genitori e figli dopo il tramonto del padre , è alla base anche di Figli dello stesso padre. Emilio è partito per Roma, nonostante le perplessità della moglie e i fallimentari precedenti, perché suo fratello è l'altro sé da cui si sente intimamente abitato. Germano è ciò che gli resta del padre, l'ultima goccia di "follia dal dio proveniente".

Testimoni fedeli di quello che siamo (e non siamo) stati: nei fratelli è il legame di sangue più puro e orizzontale. Ma le famiglie non sono come la matematica. Dell'alveo rassicurante conservano la promessa, forse l'illusione. La realtà è più spesso un casino. Dunque la riconquista dell'eredità paterna per i due fratelli passa attraverso il brutto del rancore della gelosia dell'umiliazione e del rimpianto. Passa attraverso il sangue. Prima che sia troppo tardi.

Come il Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, e come la rilettura del mito di Edipo in Pier Paolo Pasolini, Figli dello stesso padre affronta a viso aperto il dilemma del tempo e della sua ancella indisciplinata, la memoria affettiva e involontaria. In una visione del mondo basata sull'interpretazione ciclica della nascita e della morte, solo i legami di sangue permettono di trascendere l'immensa distanza spazio-temporale con il nostro passato che il corso della vita ci para innanzi. Emilio e Germano, riappropriandosi dei ricordi condivisi, accettano infine la circolarità della ripetizione: lì, davanti alle tele di Germano che affrontano l'abisso della morte come in un sogno, giace l'identità che per trent'anni hanno cercato di celare a loro stessi.

Così la follia del riso e del pianto e del dolore e del vino ghermisce a un certo punto perfino la scrittura di Romana Petri, che si scrolla di dosso il senso della misura e prende a vibrare nel dionisiaco abbraccio. In un istante di "pura felicità scoordinata" il cuore batte, per la prima volta, in sincrono. È la vittoria dell'istinto, il riscatto della passione, la sottrazione di un istante al tempo che sempre "invecchia in fretta".

Romana Petri
Figli dello stesso padre
Longanesi
p. 297, 16,40 euro

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